Marco Petrella

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Gli abitanti della palude
 
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Scritti Brevi
 


Marco Petrella
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E’ d’acqua, è d’anima e di vita
che mi stai parlando
o è il racconto stesso che si perpetua?

Mario Luzi, Il corso dei fiumi


Era da un po’ di tempo che mi accadeva, ma le storie cominciano solo quando te ne rendi conto, anche se qualcuno sostiene che tutto ha preso inizio nel giorno della tua nascita, o addirittura nel grembo di tua madre, e c’è chi dice che non c’è una vera soluzione di continuità tra la tua storia e quella di chi ti ha preceduto su questa terra. O in questa palude, perché era in una palude che da un po’ di tempo mi capitava di svegliarmi nel mio fantastico viaggiare, o vagare, come meglio si addice alla palude, con una piccola sottrazione di lettere che toglie un po’ di forza e di allegria, ma lascia più tempo a disposizione e più libertà nella scelta delle mete. Era una palude, questa in cui mi svegliavo, che a volte aveva la leggerezza delle nebbie del primo mattino, nelle quali tutto sembra ancora possibile e il passo si concede di esitare pigro, con la scusa d’essere cauto. Altre volte, invece, assaggiavo l’arrancare di un passo dopo l’altro, quando sembra che sia il corpo a trascinare le gambe e non queste a proiettarlo in avanti. Oggi direi che la mia vita nella palude sia cominciata quando tutto si avviava oramai a finire, ma questo è ciò che mi sembra accadere anche in altre storie.

Non ero solo in questo luogo, me ne accorsi ben presto, c’erano altri che abitavano la palude, ma le nebbie, quasi perenni nel primo periodo, me li facevano sembrare dei fantasmi senza corpo e senza contorni. Arrivai a pensare addirittura che non fossero altro che proiezioni della mia mente, così credevo che essi apparissero minacciosi o amichevoli, deformi o seducenti, solo in risposta ai miei pensieri prevalenti. Ma la nebbia determina una sorta di stanza mobile intorno a te, un’area di visibilità dalle morbide pareti e, ogni tanto, io e qualcuno dei miei coinquilini ci incrociavamo in questo spazio ristretto. Così cominciai a conoscerli per quello che erano e, in un primo tempo, apprezzai la loro discrezione da ospiti di passaggio. I primi ad infrangere questa effimera intimità semovente furono gli esperti. L’unica cosa che li accomunava era questa conoscenza dettagliata della palude e il fatto che mai l’avrebbero usata per uscirne, bensì solo per attraversarla in lungo e in largo e sfruttarne ogni risorsa. Vendevano a caro prezzo questa loro esperienza, anzi badavano a tenerne alto il valore. Andrea, il primo che conobbi, di cui non scorderò mai la faccia rugosa di gnomo, era capace di stare in silenzio per qualche minuto dopo che, per fare un esempio, gli avevi chiesto un’indicazione sulla strada da prendere: poi, finito di sistemare la barca, con una tale calma da farti temere che non ti avesse proprio sentito, avviava il motore e, nel fracasso più assordante, mormorava qualcosa puntando il pollice verso un punto vago alle sue spalle. Eppure i trucchi di cui si vantavano erano a volte di una banalità disarmante: pensate a quello delle sabbie mobili, dalle quali si esce sdraiandosi come per nuotare, sfruttando così la forza portante del fango. Solo che non tutti sono capaci di lasciarsi andare, rinunciare alla stazione eretta e all’effimera distanza dal gorgo che essa ti sembra garantire, abbassarsi volontariamente per aderire al suolo e strisciare, quindi, come un verme, con pazienza, verso la salvezza. Una sorta di stupido orgoglio ti costringe a restare dritto come un fuso, urlare la tua paura e muovere i piedi quel tanto che basta per avvitarti verso le viscere della terra.

Ma la palude cambia profondamente la gente che la abita a lungo e i cambiamenti indotti dalla palude sono a volte imprevedibili. Nei primi tempi conobbi una certa Beatrice, una persona mite e discreta, tranne che nelle discussioni di principio. Viveva già da anni in una casetta alla periferia del villaggio, insieme ai genitori molto anziani, lavorava molto, ma vagava spesso sola nei tratti di palude che lambivano le ultime case. Era di una sbadataggine quasi cocciuta e, per di più, quando finiva nelle sabbie mobili, non chiamava più aiuto. La trovavamo sempre, eravamo in tanti a volerle bene e lei non si allontanava mai tanto. La trovavamo che fumava, probabilmente non aveva fatto altro nell’attesa. La sua immobilità e la leggerezza da uccellino delle sue ossa rendevano lentissimo il suo affondare, così, al peggio, usciva di lì un po’ infangata. Ringraziava con il tono di chi chiede scusa per il disturbo e si avviava impettita verso casa a cambiarsi. Ma anche tutti noi altri eravamo condizionati in ogni momento della giornata dai mille vincoli dettati dall’ambiente malsano in cui vivevamo. Alcuni, per esempio, non ce la facevano più a sopportare gli intralci riguardanti gli spostamenti. C’erano quelli che s’erano stancati di bagnarsi. Si ingegnavano, allora, di costruirsi percorsi lungo la zona a monte della palude, dove prevaleva il terreno solido, dopo di che, qualche ponticello, due assi, un sasso, un giro un po’ più a monte e, senza bagnarsi la punta delle scarpe, viaggiavano come se la palude fosse una legenda. Altri avevano scoperto che anche l’acqua della palude è navigabile, così risolvevano tutto con la barca. Si tenevano al largo, evitavano le secche e filavano veloci, cosicché anche l’aria della palude sembrava fresca. La gente li chiamava “quelli che la prendono alla lunga” e, anche nel clima rilassato della palude, non avevano molto successo. Ma chi di voi non è mai stato nella palude non ha il diritto di prendere in giro quei poveracci. E per esserci stati non intendo aver fatto una gita di un giorno in un’oasi faunistica. Le conosco: si intuisce che c’è l’acqua perché non si vedono le zampe degli uccelli e la base delle canne; la nebbia arriva a mezza altezza, così le foto vengono meglio; c’è una guida; si capisce in ogni momento che non è lì che vivrai. La dove mi ero ritrovato a vivere, al contrario, non c’era scampo e la difficoltà a spostarsi te lo ricordava ogni giorno, passo per passo. Alla fine, ognuno di noi finiva per inventarsi un proprio spazio di libertà, non uno spazio tondo, non so, o comunque regolare, piuttosto un tortuoso percorso interiore.

Dopo un po’ conobbi Claudio, un signore distinto, perennemente abbigliato per una passeggiata domenicale, ma che non si allontanava mai molto dall’ufficio postale dove lavorava: quest’uomo sapeva tutto su quello che non andava fatto nella palude: fosse per via del clima, o in considerazione del carattere degli altri abitanti, o a causa della stagione in corso, o tenendo conto di alcuni regolamenti locali, certo è che c’era sempre un buon motivo per rifiutare di fare due passi o un giro in barca, per rinviare l’introduzione di panche nella sala d’attesa del suo ufficio o di un orario diverso per l’apertura al pubblico. Poi, però, si divertiva a proporre le soluzioni più improbabili, ogni qual volta veniva coinvolto nella discussione su qualche problema della comunità. Dario, un suo amico, aveva una sola arma per difendersi dalla rabbia che provava ogni giorno, a sapersi intrappolato tra fango e zanzare: una lista precisa e sempre più lunga di persone alle quali attribuire la colpa del perché lui era finito lì, del perché non aveva potuto più andarsene, del perché quel posto era più pestifero di quanto la natura l’avesse creato. Portava sempre un giaccone lungo, perché temeva più l’umido che il caldo, e potevi capire anche da lontano che stava intrattenendo il suo interlocutore con una sfilza di lamentele sul colpevole di turno, lo vedevi dalle spalle sollevate, il collo incassato, le braccia allargate. Finito il rosario di sommessi improperi, si stringeva nel giaccone e se andava via a passo rapido, come per un impegno improvviso e inderogabile. Nei primi tempi, incontrando ogni giorno Claudio o Dario, oppure assistendo ad un ennesimo insabbiamento di Beatrice, avevo l’impressione che tutto sarebbe rimasto in eterno così, il che mi rassicurava e mi faceva sentire un po’ bambino. Avrei rimpianto, un giorno, quel periodo, anche se alcune delle conoscenze di quell’epoca non andarono oltre quelle prime impressioni e, anzi, mi dissuasero dall’approfondirne delle altre.

Ernesto, invece, oltre ad essere uno degli esperti, apparteneva a quella categoria di persone che consideravano le difficoltà del vivere in una palude solo come una delle tante versioni delle ineliminabili difficoltà della vita. Soprattutto lui pensava a come cavarsela al meglio, contando su di un vantaggio incommensurabile: non aveva mai perso un attimo del suo tempo a pensare alla possibilità di un mondo diverso, ma aveva solo badato a capire in che modo funzionasse, per poterne sfruttare tutte le particolarità che gli altri si affannavano a criticare, ignorare, sognare di fuggire. All’inizio mi era parso malvagio, rozzo, opportunista, poi avevo avuto modo di conoscerlo meglio. Si trascinava, insieme ad un’innegabile stanchezza, una sorta di brusca malinconia, che usava a dovere, come ogni altra cosa, per esempio quando aveva necessità di un aiuto che non poteva comprare o imporre. E non portava rancore nei confronti di alcuno, se non per quel tanto necessario a contrastare chi lo intralciava più del previsto. Mi parlava a volte sul pontile, volgendomi le spalle e guardando verso gli acquitrini, e mi raccontava degli incontri che aveva fatto tra quelle acque stagnanti e della brutta gente che vi abitava: dava quasi l’impressione di aver bisogno di giustificare lo stato in cui si presentava al ritorno dalla caccia, schizzato di fango secco e sangue rappreso, aloni di sale sul petto, alle ascelle, sul giro del cappello, il respiro pesante, gli occhi appannati dalla fatica. Mi chiedeva un cenno di assenso, ma poi non stava a sentire e, mentre io provavo a esprimere la mia cauta solidarietà e gli ancor più cauti distinguo, lui era già pronto per una nuova battuta di caccia. Anche Federico era un esperto. Capelli grigi anzitempo, faccia buona, il fisico giovanile ma un po’ pesante. A sentire i suoi racconti e conoscendo la sua vera età, si sarebbe dovuto dedurre che fosse nato già esperto. Parlava spesso delle sue esperienze e di come avesse dovuto imparare da giovanissimo tanti trucchi per sopravvivere, ma lo faceva attraverso accenni rapidi, magari solo citando il nomignolo della banda di cacciatori a cui era stato affiliato appena in grado di reggere un fucile. In quelle brevi frasi suonava insieme il pudore e l’orgoglio di avere alle spalle un’esperienza preziosa, ma piena di aspetti sgradevoli, confidabili a pochi interlocutori. Veniva da una palude più a sud, una zona oramai bonificata, ma rimasta nella fantasia della gente come “la” palude, la più estesa, la più infida, la più impenetrabile: sorrideva malizioso, quando alludeva a quei tempi per dar forza a qualche sua considerazione, ma poi si metteva le mani nei capelli e taceva, improvvisamente stanco. Qualcuno mi diceva che questi esperti erano sottoposti ad una tensione continua. La calma con cui affrontavano situazioni per altri insostenibili derivava dalla attenzione ininterrotta con cui tenevano sotto controllo un numero enorme di fattori. Federico era, tra l’altro, noto per la sua opera di mediatore nelle controversie più o meno violente che nascevano nella collettività della palude. A volte l’ho visto sedare una zuffa o evitare uno scontro a fuoco proprio con l’autorevolezza del suo sorriso stanco, un po’ triste, con cui faceva capire quante brutture potevano derivare da ciò che stava accadendo e quanti vantaggi si potevano conquistare con un po’ di pazienza. Aveva un piccolo appezzamento coltivato nella zona bonificata, dove ogni tanto andava a giocare all’agricoltore: un giorno un cacciatore si lamentò delle sue assenze troppo frequenti, dovute a queste sue vacanze con la zappa, e Federico gli puntò il fucile tra gli occhi e lo tenne sotto tiro finché quello non se ne andò dal bar indietreggiando.

Io, esperto non ero destinato a diventarlo. E forse cominciavo ad esserne contento. In realtà mi comportavo da esploratore ostinato. Continuavo a sperimentare percorsi del tutto nuovi che, in mezza giornata o dopo un mese di marce forzate, indifferentemente, mi portavano inevitabilmente in luoghi senza uscita. Oppure, mi affannavo a studiare carte, a consultare vecchi testi dal linguaggio reso oscuro dalla antichità della lingua e dell’inchiostro, a cercare col binocolo punti di riferimento all’orizzonte, pur di non farmi accompagnare da una guida lungo un itinerario che fosse oramai noto anche ai turisti. L’unico percorso di cui restavo esperto era quello che mi conduceva ogni mattina, al seguito del mio cane, dall’ultimo dei miei sogni verso la prima delle mie preoccupazioni, sulla sponda di uno stagno nero. Il capriccio di queste mie inattendibili esplorazioni si perpetuava per via del gusto, ogni volta rinnovato, di muovermi alla ricerca di tracce precarie, quelle lasciate da chi mi aveva preceduto, inconsapevolmente o mosso dalla necessità. Un argine calpestato in cima disegnava una tortuosa via aerea tra le acque che lo lambivano da ogni parte e spesso lo sommergevano, un vecchio tronco o dei sassi, disposti in un modo appena meno che casuale, mi invitavano a superare al volo una vena d’acqua più profonda, il diradarsi lungo un’incerta linea delle erbe acquatiche mi spingeva a guadare in quel punto con una palpitante fiducia. Altri segnali, invece, mi infastidivano e mi spingevano ad effettuare faticose verifiche sulle mappe. Cartelli dipinti su vecchie tavole, frecce in legno, mucchietti di sassi, bastoni infissi nel terreno e sormontati da uno straccio, intagli nella corteccia di un albero, tutti tradivano l’intenzionalità di lasciare un messaggio. Io, allora, quasi istintivamente, diffidavo: mi chiedevo a quando risalisse quella scritta, a chi fosse diretto quel messaggio, a quale scopo ci si fosse affannati a segnalare un punto piuttosto che un altro, in quel mare di incertezze. So per certo che Gabriele, con la sua faccia da bambino occhialuto, procedeva sistematicamente ad invertire i cartelli per far rifulgere la sua conoscenza della piccola area di palude che le altre guide gli avevano lasciato in concessione.

Gabriele avrebbe potuto vivere della vendita dei giunchi, che crescevano rigogliosi nell’appezzamento, un po’ palude e un po’ laguna, che i suoi gli avevano lasciato. Preferiva invece accompagnare i morti nelle ultime incombenze della loro presenza sociale, e i turisti nelle loro brevi incursioni domenicali. Ambedue le categorie di clienti erano poco numerose e la concorrenza era sempre in agguato. Così Gabriele rimestava tra i regolamenti di polizia mortuaria, ne riesumava di antichissimi, vantava la conoscenza di recentissime restrizioni, il tutto per impreziosire il suo compito e spaventare gli aspiranti necrofori. Lo stesso, come ho detto, faceva, con i segnali dei percorsi turistici. In particolare Gabriele aveva paura dei giovani cacciatori, con la loro ansia di mostrare i muscoli, con la loro capacità di impadronirsi rapidamente dei segreti della palude, con i loro atteggiamenti da duri. Ostentavano i loro carnieri, garantiti da fucili automatici e trappole tecnologicamente raffinate, così come le loro barche potenti, che guidavano con un’abilità arrogante. La forza della gioventù permetteva loro di uscire indenni dalle avventure più stolte. Solo accadeva, me lo fece notare Federico, che la sera al bar si incupivano, annegavano in un eccesso di birra e di battute ciniche e, andando via un po’ legnosi nel passo e incerti nella direzione, rivelavano una tristezza precoce, precoce come il loro parziale apprendistato. Federico, allora, levava alla loro salute il suo bicchiere di birra orami calda, guardandomi pensieroso. Anche Lorenzo, il vecchio daziere, brindava all’uscita dei ragazzi, ammiccando a me e a Federico. A dire il vero, Lorenzo ammiccava sempre di più da quando aveva scoperto di essere vicino alla pensione. Con i vecchi regolamenti e gli scambi commerciali che un tempo ruotavano intorno alla palude, il suo era un ruolo di prestigio, su cui lucrare facilmente piccoli privilegi e qualche risicato arrotondamento. Dalla palude si estraeva ai tempi della sua gioventù molta torba, che aveva nei dintorni ancora un po’ di mercato, ma si vendevano bene anche giunchi e canne e i prodotti della pesca in laguna e, in certe zone, si riusciva a far funzionare in modo redditizio anche delle saline. Lorenzo aveva imparato a capire il valore delle diverse merci e le leggi del commercio; aveva imparato a valutare a occhio carichi su barche, su muli, su carretti, su biciclette, su furgoncini; aveva imparato a riconoscere imballaggi d’ogni tipo e a indovinare il loro contenuto; aveva intessuto rapporti commerciali con gente di ogni tipo, anche venuta da lontano o mai vista di persona.. A modo suo era diventato anche lui, come altri esperti, una biblioteca umana, testimone di eventi e conoscenze oramai fuori corso, testimone soprattutto del rapido evolversi del mondo e dei confini di cui era stato nominato custode. Questa evoluzione si era in gran parte concretizzata, per quel che lo riguardava, in una progressiva perdita, di ruolo e di entrate. All’inizio aveva reagito interpretando il suo residuo compito di controllo in maniera più rabbiosa ed arbitraria, poi, intravista la pensione, aveva inalberato un sorriso maligno e quell’aria complice e soddisfatta che, in realtà, non rivolgeva ad altri che a se stesso. Io finii per guardare con nostalgia anche alla sua storia di misure e monete d’altri tempi.

C’era però chi di tutto questo sembrava interessarsi ben poco. Le giovani madri del villaggio percorrevano le stradine tra le case in legno, o i sentieri nella torbiera, guadavano con l’acqua alla cintola o pagaiavano lente nella laguna, sempre comunque intente a tessere la loro invisibile rete di accudimenti quotidiani, lo sguardo fieramente rivolto all’orizzonte o scontrosamente fissato sulla punta dei propri piedi, comunque velato dal pensiero costante dei loro figli e dei loro uomini. Avevo la sensazione che per loro sarebbe stato uguale affrontare il traffico di una grande città, o le scadenze di un lavoro d’ufficio, o l’isolamento di una fattoria d’alta quota: la palude era un incidente. Ilaria era una di queste. Come un’equilibrista consumata si muoveva tra la gente e le cose di quel mondo senza sfiorare alcunché, né provare vertigine. Aveva una chioma sontuosa che si spostava ora su una spalla ora sull’altra, al ritmo del suo passo di cerva stanca (certe mattine le osservavo con il binocolo, le cerve con i loro piccoli, pascolare nelle radure a monte del villaggio e poi ritrarsi caute verso l’ombra del bosco). Aveva un profilo sfrontato, da rapace, e labbra grandi, appesantite da un broncio di bambina viziata. Aveva un culo troppo alto per il cuore da nano degli uomini che le sbavavano dietro, ma che bene esprimeva la sua indifferenza per la palude. Io mi facevo in quattro per attirare il suo sguardo sulla mia discrezione e correttezza, ma anche di questo il suo culo alto si disinteressava. Solo un velo di sudore, che le faceva brillare il petto nelle giornate più calde, tradiva una qualche reazione al clima del posto, ma non leniva il mio dolore nell’aver scoperto che non tutto ciò che viveva nella palude si sarebbe percettibilmente accorto del mio passaggio per quella plaga.

Anche gli sciocchi come Marco, Presidente del locale Circolo della Caccia, ostentavano una grande indifferenza ai problemi e ai pericoli della palude. Un tipo come lui diceva spesso che non c’è problema, un attimino e risolviamo tutto, mentre un poveraccio si affannava a districare un elica finita tra le erbe acquatiche, o mentre un gruppo di persone discuteva il modo migliore per evitare che la laguna si spopolasse delle specie di pesce migliori. Poi aggiungeva che aveva un sacco da fare e si allontanava. La palude era un posto peggiore quando c’era in giro gente come lui. O lo era per me, che ogni tanto temevo di fare anch’io la figura dello sciocco, per me che, intanto, continuavo con i miei piccoli progressi e mi sentivo molto orgoglioso delle minime abilità conquistate giorno per giorno. Di corsa sul pontile, chiamato da una partoriente, passo di barca in barca, fino alla mia, avvio con un paio di strappi il motore, taglio la strada ad un pescatore di ritorno alzando un braccio per invocare perdono, prendo il ramo giusto della laguna, spengo il motore, lo tiro su per evitare le erbe del fondo e sull’abbrivio mi areno tra le canne, al punto giusto per saltare giù dalla prua senza bagnarmi i calzoni. Mi sento quasi uno di loro, per un po’ almeno, fino alla prossima dimostrazione della abissale distanza tra me e gli esperti.

Ernesto faceva le stesse cose, mentre teneva d’occhio ogni animale suscettibile d’essere cacciato. Federico faceva ogni tanto di queste cose, senza perdere la sua aria pacifica, o triste. Oreste non perdeva neanche più tempo a farle certe cose. Oreste: ci ho messo tempo prima di avvicinarlo. Passavo spesso davanti alla sua casa, una vecchia costruzione in legno, molto solida e ben trattata per reggere l’umidità e le tarme, ma senza fronzoli. Buttavo un occhio alla sua veranda quando lui non c’era. Su di un grande tavolo giacevano sovrapposte carte topografiche della palude, tenute ferme da un coacervo di oggetti: posacenere, scatole di sigari, una bussola, un binocolo, squadra e righello, matite e compasso, trincia sigari, accendisigari, pipe, una tazza di metallo. All’inizio, quando lui era sulla veranda, non mi avvicinavo neanche. Sul tavolo si aggiungeva un coltello a serramanico e poggiato alle sue spalle compariva un fucile da caccia grossa.

Aveva la barba irsuta ed i capelli folti spruzzati di grigio, come la torbiera nelle mattine di brina. Quando un giorno mi chiamò, sorrideva con un ghigno, che gli avrei visto sempre, ora soddisfatto, ora famelico, sempre ferino. E quando salii i gradini scricchiolanti della sua veranda ostentava una allegria luttuosa, da nemici uccisi. Di Oreste mi avevano detto che conosceva ogni angolo della palude, ogni trabocchetto, ogni appostamento per la caccia; che si teneva informato sul valore degli investimenti di chi si era messo a comprare torba, o ad affittare stazioni di pesca sulla laguna, o a recuperare tratti di salina; che teneva a memoria tutte le erbe medicinali e i fiori che avevano un mercato esterno; che era il primo a conoscere i perimetri delle nuove lottizzazioni per l’edilizia e i finanziamenti per il rilancio della coltivazione della canna. Mi dicevano anche che, proprio perché teneva sotto controllo tutto, non riusciva quasi più a muoversi di casa, attanagliato da un instancabile lavorio della mente sulla immensa scacchiera che per lui rappresentava la palude. Quando mi sedetti sulla sua veranda e accettai uno dei suoi preziosissimi sigari, prese a chiedermi come mi trovavo e come mi andava la professione, ma ben presto capii che era già informatissimo su di me. Poi passò a parlarmi della sua passione. La palude è l’humus dell’umanità, mi spiegò, provando a giocare con l’assonanza. Migliaia di anni fa, tra le prime costruzioni dell’uomo ci furono le palafitte, ma prima ancora dell’uomo, la palude e i suoi processi putrefattivi avevano creato la torba, il più scadente dei combustibili e un ottimo fertilizzante per i fiori. Comunque, dalla torba in poi, piante, animali e uomini della palude hanno dovuto imparare ad adattarsi. Se vedi un Airone o un Cavaliere zampettare nel fango e infilarci dentro il becco in cerca di cibo, dai per scontato che questi uccelli siano nati per la palude, ma se vedi un cavallo affondare il muso negli stagni, fin oltre le froge, per brucare l’erba del fondo, la cosa ti fa impressione. Anni fa ce ne erano di cavalli così, allevati da sempre nella palude, non era una razza con un nome, solo tutti sapevano chi li allevava e da chi si potevano acquistare. Certo, questo è un posto adatto ai pesci, perciò nella palude c’è addirittura un Ragno Pescatore. Ed è il rifugio preferito degli uccelli di passo, perciò è da sempre il regno dei cacciatori.

Prima di congedarmi, mi mostrò delle schegge di pietra che sosteneva essere punte di freccia o di lancia, frammenti di asce, raschietti per lavorare le pelli, reperti trovati negli strati di fango più profondi. Maneggiava queste lame di pietra con evidente piacere e me ne volle regalare alcune.

Ma c’era anche la gente che alla palude non si era mai del tutto adattata, o piegata. Io che mi sentivo fuori posto mi dedicai allo studio di queste persone, dato che gli esperti erano facilmente classificabili come fuoriclasse. Noemi era stata a lungo a lavorare fuori, grazie ad un diploma di infermiera, ma ora la vedevi arrivare al pontile dello spaccio pagaiando impettita nella sua piccola canoa. Tutti sapevano di come si fosse fatta onore in quel paese lontano e di come avesse scelto autonomamente di tornare alle acque stagnanti in cui era nata. Su questo basava l’orgoglio con cui affrontava il suo lavoro attuale, che consisteva nella assistenza ad una vecchia signora lagnosa e dispotica, che viveva nella zona più interna della palude. Un lavoro che la costringeva ad arrangiarsi con uno stipendio modesto, ma soprattutto a fare di nuovo i conti con gli sguardi e i giudizi della gente. Si capiva che le cose andavano peggio quando si fermava a prendere un tè, dopo aver fatto provviste. Non una birra o un caffè, ma un tè, come aveva imparato a fare in quell’altro posto. Poi caricava la barca e ripartiva verso l’interno pagaiando impettita, facendomi un po’ sentire in colpa, non ho mai capito perché. Pasquale era stato via anche lui, per un po’. Aveva trovato lavoro in una zona bonificata e se ne era andato all’improvviso. Poi il lavoro era finito ed era tornato; era stato buono per qualche tempo, quindi di nuovo aveva trovato un lavoro fuori della palude, ma a metà tempo. Andava così avanti e indietro, un po’ c’era e un po’ no, e sorrideva a tutti, senza mai fermarsi a lungo con nessuno, neanche a fare due chiacchiere. Mi disse che aveva trasformato un paio di stanze della sua casa per ospitare turisti, un altro modo per sentirsi fuori dalla trappola. Me lo disse anche un po’ per farmi invidia. Raffaella parlava sempre delle occasioni che avrebbe avuto di andar via. Era un’esperta nella lavorazione dei giunchi e nel loro utilizzo in varie forme di artigianato tradizionale: non che si costruisse più molto con certi materiali, ma si potevano riparare cose antiche, o fare riproduzioni per i turisti. Fuori c’era un gran mercato per questo genere di competenze, l’avevano anche chiamata a tenere dei corsi e, ogni tanto, trovava nella cassetta della posta lettere di invito di gente che l’aveva vista lavorare. Non so cosa la trattenesse, visto che in palude la gente guardava al suo lavoro come ad una cosa banale: certo aveva aggiustato per bene il suo laboratorio, con un tocco di modernità, ed era ancora capace di appassionarsi alla riparazione di una vecchia poltrona coloniale. Più di lei, però, mi preoccupava Tania, che era ancora tanto giovane, ma già la vedevi gravata dall’aria malsana. Soprattutto temeva che il suo destino fosse segnato, oramai, da una serie di scadenze in nome delle quali rinviare, di volta in volta, la vita che avrebbe davvero voluto fare. L’ho vista allegra solo quando giocava coi ragazzi, quei giochi violenti che finivano a rotolarsi nel fango rovinando i vestiti della scuola. Ugo, anche, lui giovanissimo, ma precocemente avviato al lavoro di pescatore, lo vedevi venir fuori dalla laguna, camminando a gambe larghe per lasciar scorrere il fango, e guardarsi un po’ intorno, un po’ tra i piedi, come imbarazzato ed eternamente stupito di trovarsi in un posto così di merda, senza avere la minima idea di dove altro si potesse vivere.


Anche io per me facevo fatica ad adattarmi: la stessa pigrizia che mi aveva fatto restare tra quegli acquitrini, ora mi gravava sul petto quando si trattava di fare qualcosa per sistemare meglio lo studio, o per allargare la clientela, o per farmi arrivare con regolarità le riviste che mi servivano, o solo per migliorare un po’ la mia remata. In modo particolare la mia pigrizia mi pesava quando la confrontavo con l’energia di quelli che andavano all’attacco della palude. Anzi di quelle, perché non credo sia un caso che mi vengano in mente solo alcune donne attive tra la gente conosciuta in quel posto dall’aria greve.

Valentina, insegnante della locale scuola elementare a classi unificate, se pure aveva i suoi momenti di fuga, viveva tra una fuga e l’altra come se fosse nel posto migliore del mondo, cosicché quando scompariva, invocando un impegno con i figli, o gli operai in casa, o una visita dei genitori, nessuno si permetteva di sospettare che si fosse semplicemente stufata di quel gruppetto di mocciosi urlanti, o della riunione con la Direttrice. Uno dei suoi modi migliori per vivere una sorta di permanente evasione dalla palude era quello di non sporcarsi mai le scarpe di fango, dando per scontato che qualche gentiluomo l’avrebbe aiutata a passare sulla barca o a superare il rigagnolo che tranciava eternamente in due la piazzetta davanti alla scuola. E se il gentiluomo non c’era, allora passava nel fango, ma sorridendo ai gigli e ai gladioli di palude con una scarpa per mano. Zelia era l’amministratrice del Consorzio Agrario. Se con lei affrontavi il problema dei trasporti, ti enumerava tutte le inadempienze che avevano reso inutile un bellissimo piano di viabilità integrata, di cui aveva curato il finanziamento. Se sentiva parlare della crisi del turismo, ti faceva leggere un progetto di rilancio degli antichi lavori contadini, sia come spazio occupazionale per i giovani, sia come richiamo per i forestieri. Se si mormorava della possibilità che venisse del tutto chiusa la scuola elementare, si infuriava e ti chiedeva perché nessuno voleva aiutarla a convincere la Direttrice a trasformare la scuola in un centro culturale polifunzionale, che superasse il piccolo numero dei bambini e l’impoverimento delle risorse. Nelle discussioni usava il buon senso, la logica, l’onestà, il rigore, come randelli e i suoi interlocutori ne uscivano malconci, prima ancora che convinti. Con il passare del tempo c’era sempre di più una nota di rabbia e di delusione nei suoi discorsi, addirittura capitava che ogni tanto capitolasse di fronte alla innegabile irrealizzabilità di qualche sua idea, ma non senza ribadire che certo, non ci dovevamo aspettare che ne fosse contenta. Un giorno le chiesi se lei credeva in una palude dove si potesse vivere meglio, o in una palude da bonificare definitivamente. Tirò giù i piedi scalzi dalla scrivania, dove li posava quando si concedeva una sigaretta, e puntandomi un dito contro mi sfidò a dare io la risposta, se ne avevo le palle. Anna, la Direttrice della scuola, sembrava invece averla costruita lei la palude. Di certo aveva costruito una versione della palude che utilizzava come base per le fiabe che raccontava al suo bambino, durante i lunghi e lenti spostamenti attraverso quel territorio accidentato. I ponti e le passerelle le aveva pensate lei o erano state costruite dai suoi amici, che erano gli eroi; le zanzare e quelli che nei loro appezzamenti non curavano sentieri e canali, erano i suoi nemici personali, i cattivi, i mostri. Coinvolgeva continuamente il piccolo in questo schieramento manicheo, nel quale mi sembrò credesse prima di tutto lei. Un giorno che la sentii intrattenere così il bambino durante una visita medica che mi aveva chiesto, la sua favola mi apparve una semplificazione eccessiva, ma in seguito arrivai ad invidiargliela, quella favola, per l’energia che ne traeva giorno dopo giorno. Barbara usava una strategia diversa: teneva in ordine. La sua casa era dalle parti della laguna, lei e la sua famiglia erano tra i pochi che vivevano ancora dell’evaporazione dell’acqua salmastra e il suo nemico era la sabbia. Da quel lato della palude c’era sempre vento, un vento che aveva disceso pianure desolate e traversato il mare. Arrivate alla laguna le raffiche di maestrale raccoglievano sabbia dalle dune e, seppure smorzate dalla siepe di alloro, scompigliavano le fioriere sulla veranda e schiaffeggiavano la casetta di Barbara, facendo tintinnare i vetri e rabbrividire le tendine. Il cuore di Barbara si manteneva invece fermo, seppure ogni giorno un pochino più duro, e meticolosamente tornava a rinfoltire la siepe e le fioriere, a rinserrare meglio le imposte, a ridare la giusta piega alle tendine, a passare il panno della polvere. Con la stessa cura affrontava la salina, di cui aveva fatto ridisegnare con precisione gli argini, facendovi piantare piante basse ma dalla robusta radice. E con la stessa determinazione si spingeva tra le dune, dove ai margini delle acque di laguna aveva favorito la crescita di canneti, distribuiti con un gusto che a tutti faceva capire d’essere entrati in casa sua, quando ancora se ne vedeva appena il tetto e la banderuola del vento a forma di mucca, comprata in un paese del nord.


Eppure la palude, che sembrava tanto grandiosa per alcuni, opprimente per altri o, per lo meno, un duro nemico per i più forti, era un sistema precario. Andrea, il primo degli esperti che avevo provato a interrogare sui segreti di quel mondo liquido, mi illustrò la faccenda con la sua solita sobrietà, dicendomi che si trattava di un problema di tappi, ma siccome aveva una cicca fra i denti ed eravamo riparati sotto una lamiera su cui pioveva a dirotto, non fui sicuro di aver capito bene. Ne parlai, qualche giorno dopo, con Carmelo, un tipo davvero speciale di esperto, che mi confermò la cosa e me la spiegò.Carmelo era consulente del Consorzio Agrario e sosteneva che aveva sempre sognato di essere pagato per studiare e dare consigli e credo che, in forza di tale sogno realizzato, non si sentisse del tutto accomunato al destino degli altri abitanti della palude. Mi accolse nel suo studio impregnato dell’aroma del tabacco, che aveva una finestra accuratamente larga e sgombra da cui si vedeva tutto il molo e il tratto di laguna navigabile di fronte, i boschi allagati verso nord, i canneti e gli acquitrini verso sud e, più lontane, sfumate dalla caligine le prime colline, tra i cui piani sovrapposti si indovinavano altri stagni, giuncaie e canneti, come dipinti a pennellate larghe e incerte, per via dell’aria tremolante. Mi fece avvicinare a quella finestra mentre si accendeva la pipa, mi invitò a considerare questo mondo apparentemente invincibile, dove affanni alla sola idea di mutare qualcosa, dove ti senti le gambe di piombo dopo pochi passi. E’, in realtà, di una precarietà commovente, mi disse. Nel medioevo questa enorme palude fu creata da un nobile casato, che desiderava un territorio di caccia non troppo lontano dalla città e delle aree dove coltivare piante pregiate e sfruttare la piscicoltura. Ci riuscirono perché qui, anche nei secoli precedenti, l’acqua si era spontaneamente appantanata più volte, e più volte era fuggita via, a seconda delle opere naturali di insabbiamento e di scavo fatte dai fiumi nel loro corso verso il mare. Secondo Carmelo il cervello dell’uomo, fatto anch’esso in gran parte di acqua e delle stesse molecole di cui sono fatte le creature della palude, non ha fatto altro che unirsi ad altri fenomeni naturali nel condizionare la vita della palude: non c’è nulla di cui scandalizzarsi ed è vero, ha ragione Andrea, è una questione di tappo: a volte l’acqua se ne va e ti lascia all’asciutto, in mezzo alle tue schifezze, come in una vasca da bagno che non tiene bene. Lasciai il suo studio, immediatamente nostalgico di quell’aroma di tabacco e intelligenza e ripensai ad un libro che mi fecero leggere da piccolo. Gli eventi di maggior rilievo erano commentati da illustrazioni, disegni in bianco e nero in cui i personaggi avevano proporzioni improbabili. In uno di questi disegni si vedeva il protagonista finito nelle sabbie mobili col suo cavallo, che risolveva la situazione e si sollevava, lui e l’animale terrorizzato che stringeva tra le cosce, afferrandosi e tirandosi su per i lunghi capelli.

Ma non potei dire di aver conosciuto la palude, finché non attraversai i boschi allagati e raggiunsi il passaggio a nord-ovest, l’area più interna e malsana, quasi del tutto disabitata. Mi accompagnò Diana, una mia paziente che ogni tanto veniva a lavorare allo spaccio, per aiutare suo zio a tenere in ordine i conti. Lei era figlia di gente che abitava nell’interno, discendenti, per non dire superstiti, di una popolazione immigrata in quell’area in epoche passate, un po’ deportata, un po’ ingannata. La maggior parte morì di denutrizione e malaria, qualcuno ebbe la ventura di dimostrarsi adatto. Andrea era uno di loro e, insieme a Diana, era uno dei pochi che frequentavano il villaggio e, per così dire, il presente.

Il viaggio verso nord-ovest fu lungo. Diana si muoveva davanti a me sempre più a suo agio, quanto più il cammino si faceva disagevole. Io affannavo, ma lei era brava, si fermava con la scusa di farmi notare le ninfee e raccontarmi la leggenda della loro origine, così io riprendevo fiducia. Poi arrivammo ai boschi allagati. Farnie, pioppi, ontani, frassini e salici si rassegnano in quei luoghi a riflettere in eterno su di uno specchio d’acqua che taglia loro le gambe, donandogli al contempo un’illusoria linea di galleggiamento. Sono tra i luoghi della terra dove è più difficile procedere e più facile smarrirsi. Ciò che sta sopra gioca al raddoppio, ciò che sta sotto resta nascosto. Studi la mappa e non avanzi di un passo. Accenni a muoverti e subito tradisci le indicazioni della mappa. Diana sembrava andare avanti per intuito, ma ogni tanto mi faceva notare una baracca disabitata o una barca sfondata, con l’aria della guida turistica, ma anche con la malcelata soddisfazione di aver ritrovato anche questa volta la strada giusta. I segni della presenza umana erano sempre più rari, ma soprattutto i manufatti e lo stato in cui giacevano sembravano raccontare di un abbandono avvenuto tanto tempo fa, ma attuato da qualcuno che non pensava d’essere destinato a non tornare più. Una stagione peggiore delle altre, la malattia di un capofamiglia, un ennesimo cambiamento nel mercato dei poveri prodotti della palude e tutto finiva, per sempre. Diana mi spiegava queste cose con le parole di una cronaca e una voce sempre più accorata. Accarezzava gli alberi mentre camminavamo, sfiorava le erbe che man mano tornava a riconoscere, come in un eterno gioco di memoria, scivolava nell’acqua sempre più silenziosa, come per rispetto. Capii allora cosa c’era nel suo volto, quando la incontravo nello spaccio, che me la faceva immaginare fuori posto: se a quel punto m’avesse detto che i suoi parenti erano elfi, fate o gnomi le avrei creduto.

Quella sera cenammo in casa dei suoi, un posto dove c’erano più fucili e cani da caccia che posate, dove, dopo il caffè, ci radunammo accanto alla ricetrasmittente, che assicurava alla famiglia un minimo di rapporti di amicizia e la possibilità di scambiarsi informazioni ed aiuto in quel lago di umanità rarefatta. Anche il passato è, per certi versi, imprevedibile.


Diana l’avevo conosciuta nei primi tempi dopo il mio arrivo nella palude. Commentavo soddisfatto il volo delle rondini, appena arrivate dopo la fine dell’inverno gelido che mi aveva accolto, ma lei mi corresse dispiaciuta, spiegandomi che non di rondini si trattava, le rondini erano oramai quasi del tutto estinte. Disse quella terribile parola, oramai, con un tono che non dimenticai più. Mi fece notare le code più corte, il corpo più tozzo, coinvolgendomi così in questo strano gioco al massacro, nel quale la bellezza connota sempre ciò che si è perso. Mi disse che glielo aveva spiegato Ettore, esperto in volatili, etologo e corrispondente dalla palude per le principali associazioni ambientaliste. Quando tornai dai boschi allagati fu con Ettore che mi ritrovai, per raccontargli le impressioni di quel viaggio nel tempo. Passeggiammo a lungo su e giù per la banchina, a volte sottobraccio, soprattutto quando mi chiedeva di dire di più su qualcosa, per esempio sulla mia amicizia con Diana. Ettore ci viveva sulla banchina, dove aveva una postazione per osservare gli uccelli. Aveva scritto libri sul Porciglione, la Gallinella d’acqua, la Folaga, il Voltolino, la Schiribilla, il Beccaccino. Aveva venduto un sacco di copie, corredate di immagini fantasiose, di uno studio sul Piro Piro Culbianco, il Piro Piro Piccolo e il Piro Piro Boschereccio. Amava in realtà tutte le creature volanti, diceva che erano l’anima della palude. Mi fece notare la complessa bellezza delle Libellule e il volo leggero delle Farfalle Macaone e Vanessa, ma con analoga leggerezza sorvolò sulle zanzare. Ecco, lui era capace di sorvolare così come di andare a fondo. Nei suoi libri parlava anche della morte, sempre in agguato per queste creature, e del loro affannoso apprendistato, tanto contratto a volte che la loro vita si riduceva ad uno spasimo di irriducibile sopravvivenza. Aveva preso una poltroncina dal vecchio cinema, oramai, anche lui come le rondini, estinto da anni. Ci aveva legato un cestino per le sue cose, tra cui una radiolina portatile con una patetica lunghissima antenna, e un portacenere. Dietro era montato un ombrellone. Davanti era fissato un treppiedi da rilevazioni topografiche su cui si poteva avvitare la macchina fotografica con teleobiettivo. Il tutto era situato in una zona della banchina poco frequentata, spesso ingombra di merci e di rifiuti. Bene, lui sorvolava su tutta una serie di particolari e parlava della sua postazione come di una sorta di paradiso in terra. Era lì che teneva a volte lezione per gruppi di studenti che venivano a trovarlo per sentir parlare di uccelli e filosofia. Il pezzo forte era quando rivelava ai ragazzi che la maggior parte dei cosiddetti avvistamenti e delle osservazioni sulle sue predilette creature dipendevano dal saperne riconoscere il canto, o il tipo di sagoma controluce, o la forma del volo e che, spesso, solo da morte si prestavano ad uno studio dettagliato del loro piumaggio e a fare da modelli per essere ritratte con fedeltà e spiaccicate su di un libro.

Io, malgrado tutto, continuavo ad aver paura di non essere adatto. L’umidità nelle ossa la sentivo sin dal mattino, quando il materasso sembrava puntare il dito ora su questo ora su quello dei miei dolori. Le coperte mi assicuravano un tepore effimero per qualche minuto ancora, poi mi toccava tornare laboriosamente alla vita. Sommariamente vestito seguivo il cane, a mia volta inseguito nel silenzio dal brigante sfaccendato di qualche pensiero ossessivo. Arrivavo così al mio stagno nero, che poi scoprii essere tale perché originato da una vecchia cava di torba allagata, ma non ancora ripopolata dalle ninfee. Al ritorno mi chiedevo stordito in che momento avessero preso a cantare gli uccelli, mentre badavo a non mettere i piedi nelle trappole per topi che avevo seminato il giorno prima.


Qualche sera fa c’è stato un gran pienone al bar. Era corsa voce che si sarebbe tornati a votare sul tema della bonifica, così tutti volevano sentire il parere delle persone più autorevoli e provare a difendere i propri piccoli e grandi interessi. Dario, l’uomo che sapeva bene di chi fosse la colpa di questa bislacca idea della bonifica non poteva mancare. Tra l’altro voleva farsi un’idea di chi fosse la colpa dell’eventuale fallimento della bonifica. Lorenzo, l’ex daziere alle soglie della pensione fu tra i primi ad arrivare. Voleva mostrare a tutti la sua ironica indifferenza alla questione e annegare in un mare di ammiccamenti furbeschi il suo inestinguibile rancore. Gabriele il becchino avrebbe seguito ansioso l’evolversi della faccenda, conteggiando passo passo le sue potenziali perdite economiche. Ernesto, Federico e gli altri cacciatori vivevano della palude più di chiunque, ma erano gente piena di risorse: chi sa che non si assistesse a qualche cambio di fronte. Negli ultimi tempi era emerso dalla aree più remote della palude anche Fabrizio, uno dei giovani cacciatori già diventato un mito per la sua forza titanica e la totale mancanza di paura. Di lui, più che degli altri, si pensava che sarebbe stato capacissimo di spuntare fuori dagli stagni gelidi, dove si appostava nelle sue solitarie cacce al cinghiale, per mettersi a costruire canali e dighe, guadagnandoci su un mare di soldi.

Io ero uscito di casa all’ultimo momento e mi ero trovato in un nebbione fitto, fitto come capitava nei primi tempi. Al molo c’era Andrea che trafficava con la barca, ma non era appena arrivato, al contrario: presto sentii il motore scoppiettare e l’ombra che m’era apparsa come Andrea lasciò dietro di sé solo un’idea di vuoto nella nebbia. Tornava alla sua baracca nell’interno, forse indifferente agli esiti della discussione, forse poco convinto di poterci fare qualcosa. Per lui la palude di notte non era un problema, né per il freddo né per la paura. Mi distolsi a fatica dal molo e, fatti pochi passi, vidi venirmi incontro Ilaria. Per invitarmi a disertare insieme dalla riunione, fantasticai, ma poi, incrociandoci nell’area di maggiore visibilità reciproca, m’accorsi che si trattava di un ragazzo con il maglione allacciato in vita per le maniche. Decisi di concentrarmi sulla riunione e sulla posizione che avrei preso. Anna e Valentina non sarebbero mancate, sarebbero venute a rappresentare le esigenze della scuola e dei loro bambini. Avrebbero portato avanti un’idea precisa, magari preparata con qualche incontro serale e un po’ di consultazioni con i personaggi più influenti. Carmelo, invece, m’aveva già detto il giorno prima che non ci sarebbe stato, sostenendo che nelle scelte politiche la scienza era di poco aiuto e che, comunque, non era parte in causa né pagato per esserlo. Andava via per un fine settimana lungo e mi aveva chiesto di raccontargli come fosse andata. Io mi ero preparato andando a fare una ricerca nella piccola biblioteca annessa alla sede scolastica. Mi ero fatto dare una mano da Beatrice, che la faceva funzionare due pomeriggi la settimana, quando Noemi la sostituiva nell’accudimento dei genitori malati. Lei s’era subito appassionata all’idea di una ricerca bibliografica che escludesse le pubblicazioni scientifiche e quelle turistiche. Andava e veniva dal tavolo di lavoro ai vari scaffali come un uccellino intento a costruirsi il nido. Alla fine ci concentrammo sulla Bibbia. Il primo passo che ci aveva colpito era quello di Gionata che, nel libro dei Maccabei, incita gli uomini alla battaglia agitando la minaccia della palude del Giordano alle loro spalle, palude nella quale non avrebbero certo potuto trovare scampo. Qui, però, avevo obiettato io col dito su un altro versetto, Giobbe si chiede se mai possa crescere il papiro fuori della palude o il giunco senza acqua ed aspira a sdraiarsi nel folto del canneto della palude. Beatrice mi aveva allora fatto notare che i Salmi la vedono come Gionata, per esempio nel passo che dice “mi ha tratto dalla fossa della morte, dal fango della palude, i miei piedi ha stabilito sulla roccia, ha reso sicuri i miei passi” e che Isaia, quando minaccia Babilonia, la minaccia di ridurla a palude stagnante. Dopo un poco, scotendo il capo, fu lei stessa a sottopormi il passo che diceva ”la terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua, i luoghi dove si sdraiavano gli sciacalli diventeranno canneti e giuncaie”. Io ero sempre più convinto che avrei fatto un figurone e avevo proposto a Beatrice di preparare un intervento insieme. Mi aveva consegnato gli appunti con le citazioni e mi aveva risposto che lei aveva già trovato da tempo la citazione su cui riflettere: era nel canto settimo della Divina Commedia, dove Dante immergeva nella palude dello Stige avari e prodighi, iracondi e accidiosi. Non riteneva, però, di diventare molto popolare introducendo questo argomento in una discussione con i compaesani: lo disse con un sorrisetto soddisfatto, ma usò questo argomento come scusa per rifiutare il mio invito ad andare al bar insieme.

Mentre salivo le scale che portavano alla veranda del Circolo della Caccia, al quale era annesso il bar nel quale ci saremmo riuniti, tastai i foglietti nella tasca della giacca. Mi venne in mente che avrei fatto meglio a ripassarmi il capitolo sulla malaria, se volevo dare un contributo alla discussione. La malaria. Mi ci aveva fatto riflettere Oreste, in una delle chiacchierate sulla veranda. Il venticello del tramonto sollevava gli angoli delle mappe fin dove erano tenute ferme da qualcosa di pesante, così io restavo in allarme pensando a cosa, alla fine, sarebbe volato via. Mi aveva ricordato, Oreste, che ci sono tante zone della terra dove l’uomo ha sfidato i propri limiti, centellinando l’acqua, o venendo a patti con il gelo, o imparando a sfruttare il poco ossigeno rimastogli, in vetta ad una montagna, o nel profondo di una galleria. Perfino nelle pianure erbose, l’uomo aveva dovuto combattere contro lo smarrimento di un orizzonte sempre tondo e uguale intorno a lui, senza poter apprezzare un percettibile risultato del suo operoso camminare. Ma solo la palude aveva eletto come barriera una malattia: una malattia a cui ci si adattava con un’altra malattia. Nella storia delle conquiste coloniali, per esempio, era rimasto uno dei pochi luoghi dove gli aborigeni s’erano dimostrati più resistenti ad un’infezione di quanto non fossero gli europei. A questi toccava spesso abbandonare tremando il fucile e il bottino per tornare nei paesi d’origine, a finire i loro giorni in piazza, rabbrividendo con il mantello addosso sotto il sole d’agosto. Quando il vento cessò e ci accendemmo i sigari, Oreste tacque il suo racconto per darmi tempo di ascoltare il ronzio dei moscerini venuti a volteggiare intorno alla luce della veranda. Mi disse, riprendendo l’argomento, di non sapere chi fosse quel mascalzone che s’era inventato il termine bonifica: come al solito dipende da che lato si guardano le cose. In questo paese, in meno di un secolo, sono scomparsi ettari ed ettari di terre allagate, ma è stato sempre un bene? Vallo a dire a quelli che coltivavano vite e olivo sui pendii delle montagne, grazie all’azione delle acque che mitigavano le escursioni termiche. Ma non basta: per interrompere il ciclo del contagio sono state attaccate le zanzare, avvelenando insieme a loro insetti e uccelli d’ogni tipo. Alla fine un certificato: zona indenne. Non prima, però, di elargire per qualche decennio indennità a tutta una serie di categorie di servitori dello Stato, impegnati a prestare servizio in area malarica. Incorniciata teneva una vecchia foto: due militari guadavano a cavallo uno specchio d’acqua, tirandosi dietro i muli con il loro carico di chinino, da distribuire nei comuni dove i contadini, magari immigrati da zone salubri, cadevano falcidiati dalla terzana. Chi sa chi erano questi due e chi ha capito l’importanza di immortalare la loro missione? Pare di sentire le zampe dei cavalli sguazzare caute e il cigolio delle selle accompagnare l’ondeggiare dei cavalieri. Chi glielo avrebbe detto a quei due che oggi la questione bonifica sarebbe stata dibattuta da gente che si sposta in automobile se non in aereo, che fa parte di una cordata di costruttori, o usa la bandiera dell’ambientalismo per la propria scalata politica?

Ero andato via quella sera con la sensazione che il sigaro m’avesse fatto un po’ male e mi chiedevo perché Oreste avesse voluto parlarmi della malaria e della bonifica. Poi, dopo qualche giorno, erano giunte anche a me voci su questo progetto di prosciugare delle aree, tra quelle più vicine alla rete viaria della costa. Il crescere delle chiacchiere e il profilarsi delle fazioni mi misero in allarme: dopo qualche giorno ero a letto con un terribile mal di schiena e per un paio di settimane andai in giro tutto storto e zoppicante. Malgrado, però, i miei impacci e le mie pigrizie, il tempo continuò a scorrere veloce, col suo battito di cuore sempre giovane, e solo le apparizioni della ragazza dal passo di cerva stanca sembravano capaci di imporre rare ma percettibili soste al suo ritmo.

Persi molto tempo nei giorni precedenti la riunione al bar. Stimolato dalle prime indiscrezioni di Oreste, avevo contattato Federico ed Ernesto. Ognuno a modo suo vaticinò la sostanziale intoccabilità della palude. Federico cominciò dicendo il contrario e lodando l’iniziativa di chi voleva introdurre elementi di novità, poi, sorseggiando con cautela quella che sarebbe stata l’unica birra del pomeriggio, mi fece notare quante resistenze ci sarebbero state e quanto a lungo sarebbero durati i lavori. Aveva un’aria triste e sognante quando mi invitò a riflettere che avremmo dovuto convivere con la palude ancora molti anni, forse per sempre per quel che ci riguardava personalmente. Il pomeriggio era caldissimo, ma lui sembrava indifferente, i corti capelli a spazzola precocemente grigi, gli occhi chiari, la camicia allegramente fuoriuscita dai pantaloni di tela insieme a un po’ di pancia. Ernesto, invece, lo trovai indaffaratissimo che si preparava ad un’uscita a pesca: sarebbe stato fuori tutta la notte e all’inizio non mi dette molta retta. Poi cominciò a parlar male di tutta la gente implicata pro o contro la bonifica, compresi Oreste e Federico, che giocavano a rimpiattino e mandavano me in giro ad esplorare. Quando fu tutto pronto, si fermò un attimo a gambe larghe nella barca, già rivolto alla palude: mi disse che tanto bisognava prepararsi a guadagnarci qualcosa, sia in un caso che nell’altro, che lui avrebbe continuato a cacciare e a pescare e a fare qualsiasi altra cosa gli avessero permesso di fare, che era tutta una questione di affari su cui mettersi d’accordo e che io me ne stessi tranquillo, che non c’entravo niente. Me lo disse quasi con affetto e dette gas: pilotò in piedi ancora per un po’, mentre scansava le altre barche ormeggiate e solo in piena laguna si sedette, mentre la barca prendeva a cavalcare una ad una l’onda quieta della laguna.

Il pomeriggio dopo, appena fui libero, ottenni addirittura di uscire a pesca con Andrea. Avevo intervistato anche lui e per tutta risposta mi aveva fatto cenno di salire in barca. Andammo prima su un isolotto, dove doveva recuperare dell’attrezzatura e aspettare Ugo, il giovane pescatore dall’aria smarrita che avevo spesso visto in sua compagnia. Sull’isolotto c’erano reti leggerissime e di vario colore, stese ad asciugare come chiome tra due alberi, e altri attrezzi coperti da un telo cerato. Andrea sistemò tutto sulla barca, lasciando che l’aiutassi nella misura in cui indovinavo cosa dovessi fare e interpretavo al volo i suoi scarni segnali. Quando finimmo mi portò a vedere un grande albero che, all’incrocio tra due rami presentava una cavità piena d’acqua piovana. Soffiò sulla superficie per fare allontanare i moscerini e le particelle di corteccia, foglie ed altro galleggianti sull’acqua, quindi bevve a lungo. Su quell’isola era stato ucciso un ragazzo durante la guerra, un errore, i soldati avevano creduto che fosse un ribelle perché aveva provato a nascondere dei viveri per la famiglia. Andrea mi guidò lungo l’itinerario di quel tragico equivoco con la precisione di un investigatore che avesse indagato sulla scena del delitto poche ore prima. Quando arrivò Ugo, salimmo tutti in barca e Andrea si allungò a dormire. Io passai il resto del tempo ad osservare il paziente lavorio di Ugo, che sistemava tutto per calare le reti appena fossimo arrivati al largo, un largo per me indeterminato e per loro corrispondente a invisibili ma inderogabili coordinate. Mentre Andrea dormiva, lui si fece ciarliero, anche se facevo fatica a seguirlo nelle sue spiegazioni tecniche in dialetto. Lui, però, voleva assolutamente che capissi come si facevano alcune cose: mi spiegò, mi fece provare, mi diceva così va bene, così no. Lui aveva imparato così, a poco a poco, lasciandosi penetrare dalle sensazioni che sole avrebbero saputo dirgli, nel momento del bisogno, se stava facendo bene o male. Quando mi sbarcarono, la mattina dopo, il più vicino possibile al mio studio, avevo capito che quella palude, la palude di Andrea, era già una cosa del passato e, al tempo stesso, una traccia indelebile in loro, come in me. E Ugo, che avevo visto tanto impacciato in mezzo alla gente, sulla banchina vicino allo spaccio, ora mi aveva mostrato il suo vero volto.

Il giorno dopo lavorai sotto l’influsso di una leggera febbricola, sotto i cui brividi rifece capolino il mal di schiena. La notte in barca si faceva sentire. Provai a sbrigare in fretta l’ambulatorio, una ricetta in più e una chiacchiera in meno, ma prima di potermi ritirare a casa avevo una visita a domicilio. Si trattava di Tania, aveva una bella febbre e due tonsille ardenti. I genitori assistettero preoccupati alla visita, mi chiesero di raccomandare alla figlia di essere prudente. La ragazza mi spiegò che stava per partire, per andare via dalla palude: andava a studiare fuori. Era tutto prenotato e avrebbe preso la corriera con tutta la febbre. Mi piacque vederla così determinata e giudicai imprudente raccomandarle prudenza, così la riempii di antibiotici e antinfiammatori, affidandola alla sua età.


La sera della discussione, Giulia, un’infermiera che aveva lavorato nel mio ambulatorio, fu la prima a venirmi incontro nel bar, sollevata nel vedere una persona di cui si fidava. Non aveva mai capito davvero di vivere in una palude, ma certo si sentiva continuamente minacciata da pericoli e incomprensioni e andava appoggiandosi alle poche persone che non le facevano paura. Finii per raccontare a lei le mie citazioni bibliche e lei sgranò adeguatamente gli occhi, mentre io mi sentivo un attore fuori forma che si consola facendo ridere i bambini. Come avevo sospettato, Fabrizio, il giovane cacciatore, era già al tavolo con Ernesto e Federico: stavano commentando i titoli dei giornali locali sulla questione della bonifica. Intorno a quel tavolo si aggiravano quelli che provavano ad orecchiare e, con le mani appoggiate alle spalle dei seduti, c’era Marco, il Presidente del Circolo. Zelia, vicino al banco dove aveva ordinato un caffè, urlava con Oreste che certo non era questo il modo di organizzare una riunione. Mentre abbandonavo Giulia per avvicinarmi a loro, sentii Oreste che invitava Zelia a riflettere sul fatto che vivevamo in un posto dove addirittura qualche fiore si diletta nella caccia. Vedendomi arrivare mi guardò e io capii che lui aveva capito che io avevo capito che lui alludeva anche a se stesso, con quella battuta sulle piante carnivore. Arrivò Anna, senza il figlio questa volta, così fece un giro in cui salutò tutti quelli che valeva la pena di salutare, mostri o eroi che fossero, e alla fine penetrò autorevolmente nel capannello. Valentina, alla fine, aveva fatto sapere di non poter venire e questo per me fu il primo segnale che non si sarebbe concluso granché.

Il capannello intorno al tavolo dei cacciatori si faceva via via più fitto ed esteso e gli indecisi, oramai, non avrebbero più avuto molte possibilità di ascoltare cosa si diceva al centro. Claudio, quello dell’ufficio postale, si trovò intrappolato ai margini della discussione nelle lamentele di Dario, che aveva subito preso spunto dalle critiche di Zelia sulla conduzione dell’incontro per stabilire che proprio lei, Zelia, portava la colpa di non aver usato la sua influenza per imporre una presidenza, delle iscrizioni a parlare, un verbale e così via. Gabriele, invece, era scomparso nel folto del capannello, con grande rabbia di Lorenzo, che non trovava a chi ammiccare e ora stava per appisolarsi vicino al banco. L’unico che uscì anzitempo dal capannello fu Marco. Disse che ormai la questione era risolta e che non c’era più bisogno di lui. Si allontanò tutto dritto e rigido, con le chiappe serrate, come per un’urgenza mal trattenuta. Pasquale aveva offerto un tè a Noemi e Raffaella. Ostentava allegria e indifferenza come al solito, descrivendo le delizie del suo vai e vieni dalla palude. Noemi ribatteva con le storie della sua lunga esperienza di lavoro all’estero. Raffaella tornava alla carica con le mille offerte di lavoro altrove, che aveva rifiutato, che stava ancora analizzando, che ancora le arrivavano. Io ero rimasto vicino a Zelia ed Oreste, ma ogni tanto gettavo un occhio a quei tre: più passava il tempo, più le pause si allungavano e la posizione intorno al tavolino si modificava, finché non si trovarono schierati in silenzio a scrutare la sala. Era quella palude che dava senso alle loro piccole e grandi fughe, era la sua naturale vischiosità che rendeva eccezionali le loro evasioni, quelle mentali e quelle realizzate. Ad un tavolo d’angolo erano seduti Ettore e Barbara. Alla fine bevvi qualcosa con loro. Ettore aveva tirato fuori la storia del Falco Pellegrino, che quando si allontana dalla palude per i suoi periodici traslochi rischia di essere preso a schioppettate in nome di una vecchia prova di virilità. Barbara ascoltava assorta, gli occhi socchiusi, un orecchio ad Ettore ed uno alla sala, registrando rumori ed umori. Presto il chiacchiericcio che continuava a salire di volume le sarebbe apparso insopportabile e avrebbe voluto andar via, ma mi sarebbe piaciuto accompagnarla alla sua casa tra le dune e farmi dire cosa ne pensava. Arrivarono alla fine anche gli altri giovani cacciatori: qualcuno si appollaiò ai lati del bancone, con una birra in mano, quasi a controllare la sala, altri entrarono nel capannello, facendosi spazio come se stessero giocando tra di loro. Cominciai anch’io ad aver voglia di andare via. Il vocio si era davvero fatto alto e sembrava di essere in una voliera troppo affollata, ma quelli che svolazzavano berciando non erano gli uccelli tanto cari ad Ettore. Mi chiesi se lui sarebbe stato capace di sorvolare anche su questo, se questa capacità fosse la prova della sua fratellanza con gli esseri alati. In effetti stava commentando soddisfatto con Barbara la qualità del vinello bianco che stavano sorseggiando. Ne chiesi un altro bicchiere anch’io, ma lo finii a stento.


Sono qui sulla veranda della casa di Barbara. Il vento di burrasca porta l’odore del mare e anche il colore della laguna è cambiato. I canneti si agitano e catturano la poca luce di questa giornata invernale. La ringhiera e le colonnine della veranda inquadrano di rosa sbiadito la scena. Anche la parete alle mie spalle, originariamente azzurra, e gli infissi ridipinti di blu un anno fa, sono abrasi e schiariti a causa del vento e del sale e della sabbia. Così potreste vedere dolcemente sfumati tutti i colori della casa, se veniste a trovarci: colori che lasciano vedere la trama del legno e dei tessuti, come per rispetto più che per stanchezza. Sono qui a scrivervi con il mio portatile, collegato alla rete tramite cellulare, ma non so fino a quando reggerà il segnale.

Qui siamo sul lato est di quella lingua di terra che la laguna circonda ad arco, da est appunto, dove si collega con il mare, passando a nord, dove separa la zona paludosa da una zona collinosa coperta di fitta macchia selvaggia, per finire a ovest, dove c’è il paese e dove la laguna si smarrisce in una fitta rete di canali e stagni e acquitrini, che costituiscono la palude vera e propria, un tempo collegata a sua volta con il grande fiume che scorre nell’interno, oramai separato a causa delle opere dell’uomo, o della sua crescente debolezza, dal grande sistema di acque che un tempo aveva alimentato. La sera della riunione al bar, attraversammo al buio la lingua di terra sopraelevata che si trova alle spalle del paese, non potendo usare la via d’acqua a causa della nebbia sempre più fitta. All’inizio sentivamo gli altri, anch’essi avviati a piedi verso le proprie case, poi niente più. Non era il caso di separarsi in quella situazione, così camminammo a lungo mano nella mano. Guadammo a piedi il primo tratto di laguna che ci separava dalla casa di Barbara, poi percorremmo sentieri sabbiosi fiocamente illuminati dai riflessi della luna sopra la nebbia. La sabbia era tiepida, dopo il guado. Il sentiero aggirava in un lieve saliscendi le dune, come per una promessa di leggerezza. La banderuola a forma di mucca cominciò ad apparire e sparire, quando la brezza dell’alba scacciò la nebbia.

Non mi sono stabilito qui da allora, ma solo dopo un po’. Il marito di Barbara aveva infittito e allungato certe sue inspiegabili assenze, finché non gli fu interdetto il ritorno. Ma questo non bastò. La strada che, come mi aveva spiegato quella sera Barbara, era il vero obiettivo degli speculatori fu costruita e spaccò la palude in due, come una sorta di diga. Non ci fu una vera e propria bonifica, ma solo l’ostinato adattarsi dei flussi sotterranei delle acque ai capricciosi interventi degli uomini. Qua un’area si ritrovò a secco, là un acquitrino s’alzò fino ad arrivare nella cucina di una casa colonica. In molti posti le cose restarono tali e quali, solo che la strada si vedeva dappertutto e ognuno doveva fare i conti con la difficoltà ad attraversarla. Furono lasciati dei sottopassi, ma si allagavano spesso e, in ogni modo, per imboccarli bisognava fare a volte dei giri noiosamente tortuosi. Qualcuno ci restò male, visto che a lui era vietato attraversare la strada, mentre la strada aveva attraversato la sua vita. La casa di Barbara rimase in un’area paludosa, eppure tagliata fuori dal resto della palude. La casa dove abitavo io era sul tracciato della strada, così dovetti traslocare e per un po’ dormii nello studio che stava in paese. Una sera che ero andato a bere un tè sulla veranda di Barbara, lei mi invitò a restare.

La storia non finisce qui, ma ieri sera, mentre salutavo Oreste, che mi aveva chiesto una visita professionale, mi sono messo a trafficare nella borsa perché volevo lasciargli dei campioni di farmaci ed evitargli il lungo percorso fino alla farmacia di turno. E’ stato per questo che ho trovato un vecchio appunto, in cui mi ripromettevo di decidere una volta per tutte se fosse meglio per me vivere fino in fondo la palude, o fuggirmene via senza perdere altro tempo. Ho pensato allora che non fosse più il caso di annoiarvi con i miei dubbi, ma che vi spettava un ultimo rapporto dalla palude. Perciò ora sto tirando il collo alle batterie del portatile e del cellulare. Venitemi a trovare quando passate di qui. Mi piacerebbe ospitarvi su questa veranda in una giornata come questa, o farvi vedere come ho aggiustato lo studio, o fare due passi al molo e presentarvi quelli che incontro e che mi salutano, oramai, quasi fossi uno del posto.

Perugia 2002
Marco Petrella


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