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C'è un uomo ferito nel cortile
- Nella casa mezza diroccata dove ho trovato rifugio c'è uno squarcio in una parete, da cui si vede un terrazzino invaso dalle radici e dai rami di un vecchio albero. E' da questo squarcio che ho visto l'uomo ferito catapultarsi nel cortile come nell'ennesimo slancio di una lunga fuga. La ferita nella schiena è ben visibile, ma l'uomo si muove con una velocità maligna.
Prendo subito a pensare a come non farlo entrare, poi passo a chiedermi come non farmi trovare. Anche la porta della stanza in cui mi sono ritirato ha uno squarcio nella parte alta, così cerco un angolo in cui accoccolarmi fuori del raggio di visuale di quello squarcio. Lui è già nel pianerottolo e sembra dirigersi inesorabilmente verso quella fragile porta. Faccio appena in tempo a chiedermi perché mai mi nasconda terrorizzato e non mi appresti a soccorrere quell'uomo ferito.
Avevo chiuso le stanze più rovinate e radunato i mobili in miglior stato in un paio di ambienti che avevo provato a tenere in condizioni decenti, anche per poter continuare a ricevere ospiti. Ma lui si aggira dappertutto, si è accampato nel mio appartamento come in una radura, lasciando tracce di sé in ogni stanza, e me lo ritrovo accanto in continuazione.
Superata la prima istintiva reazione di rifiuto, anzi, avendo dovuto subire la sua disinvolta richiesta di aiuto e di ospitalità, ora mi sto piano piano abituando a questa convivenza. Ho dovuto accettare l'idea che fosse proprio la sua ferita a farmi paura: quanto avrebbe sanguinato, mi avrebbe o no sporcato le mani e i vestiti, avrei dovuto curarla io, queste erano le domande che mi avevano angosciato mentre mi nascondevo come un vigliacco. E un'altra domanda ho dovuto confessarmi, di una stupidità illuminante: quella ferita sarà contagiosa? Era questo pensiero ignorante a muovermi alla fuga, la paura d'essere contaminato dal suo dolore, dalla sua vulnerabilità, come da una vergogna.
Ho poi scoperto che si trattava di una vecchia ferita, di cui era rimasta la macchia sulla camicia, ostentata quasi come una bandiera gloriosa. Sotto la camicia era però rimasta una zona di ipersensibilità. Su questo tratto della schiena era stato colpito durante un'aggressione, una delle tante ormai frequenti in quella parte della città, e il dolore e l'umiliazione l'avevano costretto ad una fuga sbilenca. Ora ne rideva con me, dicendo che la rapidità della sua corsa era degna di un film comico, ma si capiva che il suo orgoglio era meno cicatrizzato della sua schiena.
Eccolo che arriva: ha sentito che sto preparando la cena. Si è fatto la barba con il vecchio rasoio elettrico che non uso da anni. E' più giovane di me e quasi mi ricorda un me stesso più giovane. Bussano alla porta: è la mia amica che viene a cena da me ogni giovedì, quando al mercato c'è il pesce fresco e io mi vanto di saperlo cucinare.
Siamo diventati uno strano terzetto. La mia amica, tra l'altro, viene più spesso a trovarmi e va abbastanza d'accordo col mio ospite. Io, a volte, sono un po' imbarazzato; lui è imprevedibile: magari all'ora di cena non si fa vedere, o ritorna all'improvviso, quando c'eravamo rassegnati a farci un caffè. La mia amica, invece, prende tutto con allegria e, pur lasciando grande spazio al nuovo inquilino della casa, riesce a non farmi mai sentire l'oppressione della gelosia.
Qualche giorno fa, però, è successa una cosa strana. Lei è arrivata all'improvviso nel pomeriggio, aprendo con le proprie chiavi, come ormai ha preso l'abitudine di fare quando noi non ci siamo. Forse a quell'ora ha dato per scontato che la casa fosse vuota. Quando mi ha visto chino a scrivere sulla scrivania accanto alla finestra mi ha chiesto come mai non fossi in giro in cerca di guai come al solito. Era, come sempre, vivace e amichevole, ma mi aveva chiamato con il nome del mio ospite. Devo premettere che quel pomeriggio avevo tolto il barbone che mi ero lasciato crescere e pensavo di riprendere a radermi regolarmente; inoltre avevo indosso il vecchio giubbotto militare che lui mi ha regalato quando ha visto che mi piaceva tanto; infine, ero contro luce. Siamo però rimasti per un attimo turbati tutti e due, come se quell'errore volesse dire qualcosa di cui non eravamo pronti a parlare, neanche con noi stessi.
A cena, lei prese a punzecchiarmi e io non sapevo cosa rispondere. Tornò sullargomento della mia mancanza di ambizione, mi ripetè che dovevo aumentare la mia autostima. Lautostima non è un numero, è un segno, un segno più o un segno meno, che ognuno di noi mette davanti alle sue esperienze di vita: cambiare segno è molto più difficile che incrementare un numero. Era stato lui a rispondere, senza alzare gli occhi dal piatto. Poi ci guardò tutti e due sorridendo e riprese a mangiare, come fosse un segnale.
Qualche giorno dopo, fuori cera ancora luce ma il sole aveva lasciato il vicolo dove affacciavano le mie finestre, e nessuno aveva acceso le lampadine che pendevano nude dal soffitto, lei entrò con aria distratta, come si entra in una casa nota e non stette a cercare linterruttore. Nella penombra della stanza vide una figura appoggiata di spalle al tavolo, in silenziosa attesa. In casa era rimasto solo uno di noi due: lei gli andò incontro con una mano appoggiata alla tracolla della borsa e laltra diretta verso lombra come lanticipo di una carezza.
Il passo svelto, che sembrava continuare quello della camminata che laveva portata sin lì, fu presto di fronte alluomo che laspettava. Lo abbracciò stretto stretto, e nessuno parlò.
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