Marco Petrella

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Scritti Brevi
 


Marco Petrella
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La scorsa estate ho fatto un viaggio di cui ho sin qui taciuto. E' stato un viaggio dentro di me. Ogni sera, quando mi accucciavo per dormire, fantasticavo d'essere solo in una tenda nel deserto e mi beavo della mia risolutezza nell'affrontare tale situazione. Il fatto che in realtà giacevo nel letto comodissimo che divido con mia moglie non turbava la mia soddisfazione, tanto forte è il pensiero nel trasportarti in una dimensione del tutto diversa da quella reale. Ho deciso alfine di nararvi questo viaggio, oramai da tempo concluso.

  • La decisione di partire per il deserto era stata motivata, come sempre succede in questi casi, da una senza zione di acuta solitudine avvertita un giorno mentre mi trovavo in una stanza piena di amici, dove nessuno sembrava avere orecchie per me. O dove io non avevo parole per alcuno. Pochi giorni dopo un autobus turistico mi sbarcava al limitare di un deserto sassoso, in un pomeriggio reso grigio dalle mie paure.

    Ed ecco, cari amici, cosa accadde.

    Feci qualche passo, mi sembrò di aver camminato pochissimo, ma quando mi girai a guardarmi intorno mi accorsi che la gente si era fatta rapidamente lontana, le voci si erano presto affievolite. Un piccolo vortice di sabbia sollevato dal vento del tramonto si avvolse intorno a lme, a me solo, e sentii il freddo della sera farsi strada dentro le mie membra.

    La presenza delle guide avrebbe dovuto rassicurarmi, ma le vidi mantenersi a distanza, con fare quasi discreto rispetto a questo primo contatto con il deserto da parte dei turisti. Anzi, le frasi scherzose che sembravano giungermi all’orecchio mi dettero l’impressione che fossero distratte, forse addirittura indifferenti alla sorte degli inesperti stranieri. Quando, superata una collina, non vidi più nessuno, mi chiesi se non ci fosse un disegno maligno, ma la bellezza del luogo mi portò a credere che le guide fossero state rapite anch’esse dal fascino di quelle sabbie.

    Questo, però, cari amici, non era che un viaggio nel deserto come tutti gli altri.

    Nei giorni successivi, infatti, il viaggio assunse tratti che si potevano definire di quotidianità. Si procedeva secondo percorsi e tappe ben programmati, incolonnati in lunghe file di cammelli, ed ogni guida curava il suo gruppo. Poi, a poco a poco, mentre il deserto si faceva più pianeggiante e i viaggiatori prendevano confidenza, la carovana cominciò ad avanzare in ordine sparso: ognuno sceglieva il proprio percorso, in parte parallelo e affiancato rispetto a quello degli altri, in parte dislocato e divergente. A volte, intere file di persone avanzavano affiancate lungo una linea ondulata, come in una parata, a volte, la gente si incrociava e si scambiava di posto, e non sapevi se era la conseguenza di uno sbandamento dovuto alla stanchezza o se si trattasse di un cocciuto affannarsi dietro un proprio personale percorso.

    Quando comparvero i miraggi, capii in cosa consistessero le tentazioni del deserto: nella insopportabile spinta a dar credito ai miraggi. Più volte, fingendo di attardarmi per restare solo, spinsi il cammello al galoppo verso quelle immagini tremolanti e traslucide, fino ad arrivare a quella linea non marcata in cui più forte era l’impressione di poter toccare con mano il miraggio e, al contempo, più fragile si faceva la sua credibilità. Provavo allora a far avanzare il cammello lungo quella linea e, cullato dal suo lungo passo, indugiavo a lungo ad accarezzare quel sogno, fino a stordirmi in quel tentativo di tenere lo sguardo fisso, malgrado l’ondeggiare della cavalcatura. Arrivavo, così, a sentirmi per un po’ miraggio io stesso, poi spaventato raggiungevo gli altri.

    Poi capitò una cosa strana.

    Eravamo in vista di un’oasi vera, con tanto di sorgente, quando uno dei turisti, un signore pieno di mappe dettagliatassime e di informazioni degne di un beduino, propose di continuare lungo il percorso che stavamo facendo: avremmo trovato un'altra oasi, forse un po' più lontana e meno accogliente, ma raggiungibile senza deviazioni e perdite di tempo. Le guide ci lasciarono liberi di scegliere: c'era comunque un punto in cui tutti avremmo potuto ricongiungerci. Presto mi accorsi con disappunto che ancora una volta non sapevo che fare, così mi ritrovai solo accanto al mio cammello a rimirare le due colonne che si avviavano ognuna verso la sua oasi: mi odiavo, questo viaggio dunque non faceva che ricondurmi verso i miei soliti dubbi, a cosa era servito arrivare così lontano?

    All'improvviso volli fuggire dal deserto e, montato sul cammello, spronai la povera bestia giù per la duna, volgendo le spalle ad ambedue le oasi.

    Io non so, amici miei, perché le cose presero la piega che vi dirò.

    Certo è che non credo di aver galoppato a lungo, ma quando mi ripresi da quella assurda fuga mi ritrovai a vagare in un dedalo di valli sempre più strette e profonde, non più fiancheggiate da dune, bensì da pareti rocciose e ripidissime. La luce andò via in un attimo e il silenzio intorno a me fu interrotto dall'urlo di terrore che lanciai. Urlai, poi mi lasciai scivolare a terra e seduto ai piedi del mio cammello cominciai a singhiozzare come se non avessi in realtà aspettato altro. Nesuno poteva ascoltarmi, pensavo, e incoraggiato da questo pensiero il pianto erompeva da mio petto lasciandomi svuotato, finché mi stesi e mi addormentai.

    L'uomo che mi scuoteva nella luce già viva del mattino successivo non parlava la mia lingua, ma compresi i suoi gesti composti, intuii la sua forza e il suo rispetto, così lo assecondai e mi lasciai aiutare a rimontare sul cammello e a seguirlo fino all'accampamento della sua gente.

    Avevo rimirato tante volte nella letteratura e nel cinema la figura dell'ospite, ed ora io lo ero. Invitato a partecipare ad una viata nascosta più di quanto mai altri lo fossero stati, eppure a priori escluso dal parteciparvi davvero. La sera stessa del mio arrivo, anche se un po' febbricitante e contento dei pesanti abiti messi a mia disposizione, sedevo con loro accanto al fuoco per prendere parte al loro pasto collettivo, senza però riuscire a capire nulla di ciò che si dicevano, di ciò che li faceva sorridere, di ciò che evidentemente dicevano di me.

    Nei giorni seguenti approfittai del mio stato di convalescenza, accordatomi senza che nessuna malattia mi fosse stata riconosciuta. Ero in realtà stanco e dolcemente confuso, coì sedevo a lungo sotto l'ombra di una tenda e osservavo tutto ciò che accadeva a quella gente. Poi presi ad avvicinarmi cauto alle attività palesemente esposte al publico sguardo e qualcuno di loro mi rivolgeva la parola provando a commentare e spiegare i suoi gesti. Ero avvolto in una sorta di silenzio ovattato, dovuto in parte alle incomprensioni linguistiche, in parte alla frugalità di quelle persone che si rifletteva anche nelle poche chiacchiere con cui conducevano la loro esistenza.

    Più di tutto presi ad interessarmi alle loro vesti, in particolare a quelle delle donne. Avevano colori cupi, pesanti, che insieme al tipo di tessuto e al taglio nascondevano del tutto la figura, ma su questi colori scuri correvano delle sottili righe gialle, o verdi o turchesi, collocate con straordinaria sapienza, con gusto estetico ed una malizia, direi, che mi affascinavano. Provai a fare degli schizzi su di un mio quadernetto e a tracciare delle bande di colore che provavano a riprodurre gli accostamenti tipici di quei costumi. Cercavo così di vincere il senso di esclusione sempre più violento che mi nasceva dentro mentre ammiravo la bellezza e la riservatezza di quelle donne. Da quegli abiti emergevano solo l'ovale dei volti, le mani indaffarate e i piedi nudi, e il sole luccicava sulla loro pelle abbronzata e sugli ori che ornavano le narici e le caviglie.

    Cominciai a lavorare con loro, in quelle piccole imprese collettive in cui tutti potevano e dovevano dare una mano. Così mi ritrovai stretto tra loro, magari a tirare qualcosa di pesante, con addosso i segni dell’esistere: il sudore rappreso insieme ala polvere che riga le guance, il segno rosso impresso dal copricapo sulla fronte, il petto appesantito dalla fatica, il sorriso di soddisfazione a lavoro compiuto.

    Erano tentativi cauti. Capivo di muovermi in un mondo di regole sconosciute e mi attenevo ai comportamenti più semplici o più esplicitamente autorizzati. Avevo come vicino intorno al fuoco, all'ora della cena un uomo puzzolente, ma non sapevo che farci. Quando cominciai a capire un po' della loro lingua fui esposto a lunghi racconti di storie insensate, o a spiegazioni assolutamente incomprensibili, o a richieste d'aiuto che risultavano tristemente inesaudibili per via delle mie incapacità per loro imprevedibili.

    Paradossalmente, era quando mi ritiravo a dormire nella mia tenda che mi sentivo maggiormente integrato nella loro vita: guardavo alla luce della lampada l'austero arredamento che mi circondava, le rare tracce di colori sgargianti come pennellate di un genio e tutto mi sembrava di una bellezza straziante, sempre impenetrabile, ma comunque disposta ad accogliermi, in modo che, almeno nel sonno, io potessi essere un po' come loro.

    Ad un certo punto cominciai a capire che presto sarei stato invitato a partire. Forse si avvicinava per loro un periodo particolare, forse si era esaurita la loro disponibilità, forse li avevo delusi. Dissi all'uomo che mi aveva trovato che avrei sentito molto la mancanza della loro valle. Mi rispose che ognuno può trovare la sua valle e, se ne è capace, le sue vesti colorate.

    Forse proprio per l'agitazione che mi pervadeva da quando avevo intuito che i miei giorni in quella valle stavano per terminare, tornai da lei. Era una delle donne più importanti del clan. Non più giovane, ma piena d'ori e di sorrisi. Più alla mano con me delle altre, non so se per carattere o per un suo stato sociale che la metteva in condizioni di maggiore libertà. Ero stato più volte a trovarla sotto la veranda che prolungava l'entrata della sua tenda: passavo il tempo a guardarla preparare i colori per le pesanti stoffe dei loro abiti. Lei un po' mi spiegava, un po' mi faceva pasticciare con le tinture, un po' mi sorrideva. A poco a poco m'era cominciato a mancare il respiro a quei sorrisi e avevo diradato le mie visite.

    Quel giorno non mi sorrise, ma mi lasciò sedere di fronte a lei. Ogni tanto mi scrutava pensierosa, poi, come al solito, mi invitò a mescolare delle sostanze in una terrina. Quando mi vide impacciato, sospirò, mi si fece accanto e mi guidò la mano. Avevo il cuore in gola. Anche lei ansimò per un attimo e si voltò a fissarmi negli occhi. La sua bocca era fredda e asciutta, chiusa, mentre io la baciavo, ma per un po' non si sottrasse. Non so se mi spinde via o fui io a ritrarmi da quel contatto. Ebbi solo la soddisfzione di vedere un lampo di paura nei suoi occhi, poi fuggii nella mia tenda.

    Ero anch'io spaventato a morte: ma non tanto perché le loro leggi, per quel poco che ne avevo capito, mi apparissero insopportabili e non sempre sembravano reggere ad una analisi logica, quanto perché ciò che si prospettava era che dovessi definitivamente distaccarmi da quel popolo e ritrovarmi del tutto solo.

    Quella sera, dopo la cena, gli uomini discussero pacatamente con me i preparativi necessari per partire all'alba del giorno successivo. Disteso per l'ultima volta nella mia tenda provai ancora una volta la ridicola esperienza di piangere supino: dopo un po' le lacrime ti fanno solletico nelle orecchie.

    Il viaggio di ritorno non fu facile. La stessa partenza fu un momento molto lungo, quasi sospeso nel tempo: gli uomini furono molto chiari nel loro invito a partire al più presto; le donne mi riempirono di cose utili per il viaggio e indispensabili per non dimenticarmi più di loro; lei aveva organizzato tutto in modo che non dovessimo affrontare un saluto e potei solo ammirarne ancora i colori e l'andatura mentre si avviava la pozzo. Credo sia giusto pensare che anche per lei non fosse facile.

    I giorni di cammino verso la città più vicina furono scanditi dall’intensificarsi della presenza umana e dei suoi rifiuti ai margini della pista, e dal frequente voltarmi sulla sella per scrutare alle mie spalle le ultime tracce del deserto, mentre sentivo chiaramente venir meno la forza di voltare di nuovo il cammello per spronarlo verso le sabbie.

    Presi a incontrare qualcuno e a condividere pezzi di strada.

    Negli ultimi giorni il sole e il vento del deserto mi spaccarono il labbro inferiore. Un’infezione sovrapposta mi procurò una piccola piaga che tardava a guarire. A volte mi svegliavo con la bocca saldata dagli umori rappresi della piaga. Subito provavo a disserrarla, ma questo spesso portava la piccola piaga a riaprirsi. Comunque parlavo e mangiava con poco gusto e, soprattutto, mi era doloroso sorridere. In quei giorni pensavo che fosse giusto limitare tutto ciò che aveva attinenza con le labbra, approfittando della piaga come comoda scusa. Pensai anche che il labbro superiore rimasto sano poteva aiutare a guarire il labbro inferiore, restandogli unito come una benda naturale.

    Ora, seduto a questa scrivania tanto lontana dal deserto, trattengo a stento la tentazione di tornare sui brani che di volta in volta vi ho inviato, non so, per verificare di non aver dimenticato qualcosa, per provare a correggere una frase, ma anche quelle sono tappe che non possono essere nuovamente percorse.

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