Marco Petrella

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Marco Petrella
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Il cane e il cappello
Il viaggiatore inesperto
Le ruvide corde
Ai sensi di che?
Agendine
Non raccogliere
Sorrisi
8 Marzo 2001
Responsabilità
Uomini italiani
Scarpe bagnate
Brava gente
Appuntamento al chiosco
Automobile
Rari Papaveri
Sentieri Meticci
Gli Ultimi Tram
Comunicazione
Comunicazione 2
Al Fiume
Alla Vecchia Maniera
Qualcosa di Piu'
Indugi

Primavera ed Estate mischiano le loro lettere come in quei giochi per bambini e bisogna faticare un po' per scegliere quale nome scrivere.

Il cane e il cappello

Imparò solo dopo molto tempo a divertirsi con le follie del cane e, di tanto in tanto, a fare a meno del cappello, ma senza esagerare. Prima risolse il problema del cane, che non gli obbediva e lo indispettiva, a volte rifiutandosi di uscire o interrompendo sul più bello la passeggiata al prato, a volte ostinandosi in direzioni non compatibili (una strada trafficata, un vialetto fangoso). Strattoni, comandi furiosi, qualche scappellotto, finivano solo per ridurre il cane ad un essere tutto tremante e con la coda tra le gambe, ma niente affatto ubbidiente e il padrone cadeva in uno stato di profondo disgusto per le proprie azioni e restava atterrito dalla rabbia che sentiva pulsare dentro di se. Fu la forza d'animo del cane, che si riprendeva da questi episodi con intatta determinazione a perseguire i propri intenti, a consolare il padrone dandogli l'impressione che non tutto era perduto. Sollevato dai sensi di colpa, poté allora accorgersi di quante volte il repentino ritorno indietro del cane gli era gradito, essendosi anche lui avviato controvoglia alla passeggiata per i bisogni serali, o come accontentarlo in un supplemento di passeggiata non fosse poi questo gran peso, a fronte di una boccata d'aria in più e, alla fine, riuscì addirittura a divertirsi in questo gioco, che a volte era di intesa, a volte di contrattazione, ma che non tornò più a sconvolgere la loro amicizia, silenziosa, un po' scontrosa, ma sempre più spesso animata da sentitissime grattate d'orecchia. Quasi nello stesso periodo affrontò la questione del cappello. La perdita dei capelli, un po' davvero un po' per impressione, lo aveva reso vulnerabile al vento e alla frescura, che a volte gli procuravano delle violente nevralgie: l'anno prima era arrivato a portare dei cappellini di cotone anche le mattine d'estate. Un giorno, però, rimirandosi in una vetrina come spesso faceva per controllare la propria figura, si vide appesantito e goffo, con tutti quei panni addosso e sormontato da un cappello a larghe falde. Provò a toglierselo ogni tanto, lo sostituì con uno che si poteva mettere in tasca quando non serviva, badò a ricalcarselo bene sulla fronte non appena la sensazione di freddo gli irritava il cuoio capelluto e l'orgoglio e, prova dopo prova, tornò a giocare con il cappello così come col cane, decidendo di volta in volta come comportarsi. Fu così che le ultime nevicate invernali videro lui, il cane e il cappello scherzare con il gelo e poi con il sole che presto giunse, prima a far brillare la neve e poi a scioglierla.

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Il viaggiatore inesperto

Era un viaggiatore inesperto che doveva spesso rifare lo zaino. Lo zaino era già una scelta che più volte avrebbe voluto poter cambiare. Comodo negli spostamenti a piedi, ma ingombrante nei treni e impenetrabile ad una ricerca frettolosa. La necessità di rivedere spesso la sistemazione del bagaglio era certo anche una conseguenza della scelta dello zaino, ma lui non era sicuro che una valigia non gli avrebbe dato gli stessi problemi, anche se sotto forma diversa. Il problema principale era, infatti, cosa tenere a portata di mano. Nel caso dello zaino questo significava scegliere cosa mettere nelle tasche esterne, o appeso alle cinghie, o in cima vicino alla chiusura; nel caso della valigia il tutto poteva tradursi in cosa tenere dentro e cosa in una borsa a mano più piccola. Il fatto è che ogni giorno capitava di aver bisogno di qualcosa non collocato a portata di mano, per cui la sera tutto veniva nuovamente sparso sul letto e rimesso dentro in un nuovo ordine, che sacrificava la pronta disponibilità di un paio di oggetti inutilizzati da giorni, ma indispensabili il giorno dopo. Passata una settimana si era quasi convinto di star viaggiando un giorno in anticipo, o in ritardo, rispetto a un calendario conosciuto solo dai viaggiatori esperti, nel quale era predefinito l'ordine giusto in cui si sarebbero resi necessari i diversi oggetti facenti parte del bagaglio. Si chiese, allora, se rinunciare alla sosta notturna, e quindi anche al rifacimento dello zaino, per raggiungere il giorno giusto, o se dormirci su due notti di seguito, dopo aver, però, rifatto il bagaglio.

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Le ruvide corde

Aveva conosciuto la ruvidezza delle corde della chitarra, i polpastrelli arrossati e lo stridio procurato dalla ricerca affannosa degli accordi. Chi prova a suonare davvero conosce anche questo, oltre all'armonia delle note che scaturiscono dal tuo strumento e che finisce per trascinare te e chi ti ascolta al di là della ruvidezza e dello stridio. Lui si fermò prima e, a parte qualche motivetto a una corda, di quella esperienza gli rimasero impresse soprattutto cose come la difficoltà di usare efficacemente il mignolo a barretta. Forse non era portato per la chitarra, ma forse era anche che pretendeva un'esperienza libera da queste difficoltà concrete. Regalò la chitarra a suo fratello più piccolo e, in seguito, ogni volta che lo vedeva suonare, pensava che quello aveva dovuto farsi venire i calli alle dita, prima di arrivare a quei momenti in cui suonava ad occhi chiusi, inseguendo solo la melodia che voleva regalarsi.

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Ai sensi di che?

Era un uomo robusto che indossava dei bei maglioni colorati e snocciolava calcoli da agrimensore ad ogni minima occasione. Appena un problema poteva essere tradotto in numeri, come persone da coinvolgere, tempi da prevedere, costi da sopportare, meglio ancora un misto di tutto ciò, lo sguardo gli si illuminava, anche se in che cosa consista questo fenomeno nessuno lo ha mai spiegato, e l'eloquio, abitualmente tronco ed involuto, si scioglieva in sequenze di fattori da sommare o moltiplicare, risultati che ponevano le basi per nuovi calcoli, conclusioni eleganti come teoremi. Si intravedeva allora un futuro mancato di imprenditore, di gestore in proprio di un'attività soggetta alle leggi e agli stimoli del guadagno e della perdita, di pensatore orgoglioso della concretezza dei prodotti delle proprie meningi. Solo che tutto ciò avveniva nel corridoio di un ufficio, nelle pause sempre più lunghe e frequenti di un lavoro da pubblico dipendente, e ogni volta la conclusione dei suoi calcoli si faceva più pessimistica che polemica, più distruttiva che realista. Aveva perso il senso del suo lavoro, semmai faticosamente se ne era cercato uno, frustrato dal disinteresse generale per i conti e dalla dilagante mancanza di responsabilità sui risultati, giusti o sbagliati che fossero. Si era allora rifugiato nella consultazione delle Gazzette Ufficiali, universo che al suo animo semplice aveva evocato le sicurezze dell'aritmetica. Riuscire a comprendere il combinato disposto di una serie di normative successive e intersecantesi gli doveva essere apparso come penetrare i misteri della radice quadrata. E vi aveva trovato l'estremo sostegno al suo desiderio di rancorosa inanità, rifugiandosi, ogni volta che gli veniva chiesto di svolgere un qualsiasi compito, dietro l'inderogabile necessità di poter citare gli articoli e i commi che giustificavano o addirittura imponevano lo svolgimento di quel tale compito. Timoroso di essere raggirato dai suoi superiori, artisti di retorica, nel caso avesse voluto porre la domanda - che senso ha? - si era tenacemente arroccato dietro un quasi inespugnabile - ai sensi di che? -. Quando il ripetersi di questa sua posizione cominciò a diventare motivo di pettegolezzo lungo il corridoio del nostro ufficio e giunse fino alla mia stanza, mi rattristai e ora, ogni volta che lo incontro, mi sembrano quasi fuori posto la sua aria sana e i suoi maglioni dai colori eleganti.

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Agendine

Una volta, era Natale, quando vide che tra i regali c'era un ennesimo set per disegnare, fu preso da un disappunto così acuto che non potè fare a meno di buttare là un commento amaro: regalatemi la prossima volta un po' di tempo per usarle tutte queste matite, e questi fogli e i pennelli e i colori. Mise poi tutto da parte, in una scansia dell'armadio sempre più ingombra, dalla quale, tra l'altro, sarebbe stato difficile estrarre ciò che gli serviva quando gli fosse venuta davvero voglia di disegnare e avvesse trovato quel po' di tempo libero. Finiva che usava sempre una matita, una gomma e una penna a china che teneva nel cassetto a portata di mano e dei fogli dal formato maneggevole, di cui teneva una piccola raccolta. Alla fine imparò a consolarsi rimandando l'utilizzazione di tutte le altre risorse accumulate ad un ipotetico futuro di stanze sgombre, scrivanie sterminate, eterni pomeriggi grigi da rallegrare col calore di una lampada da tavolo ben posizionata. Gli risorgeva, invece, un rammarico fastidioso quando gli regalavano un'agendina, fosse anche una di quelle omaggio della banca o dell'assicurazione. Anzi, soprattutto queste, che fioccavano abbondanti quando ormai nessuno le voleva più e le scorte si erano dimostrate eccessive. Alla ripresa dopo le vacanze di fine anno ne scovava due o tre, magari lasciate sulla scrivania dell'ufficio con una gentilezza di seconda mano, e queste agendine non utilizzate gli davano un dolore piccolo ma inconsolabile, con quel loro primo gennaio irrimediabilmente vuoto, bianco, malgrado la compattezza della carta e l'esattezza delle righine.

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Non raccogliere

Era una ragazza seria, un po' timida, molto coscienziosa. Camminava abbracciata ai suoi libri, lo sguardo a terra, fosse il peso del mondo o quello dei pensieri, o una naturale diffidenza nei confronti del terreno. Spesso, così, vedeva oggetti evidentemente smarriti, un orecchino spaiato, una chiave, due guanti calpestati. A volte reagiva con una fanciullesca smania di appropriazione, come nei confronti di un bottino di guerra, altre volte rispondeva al suo cuoricino scrupoloso e raccoglieva le cose che qualcuno aveva perduto per collocarle là dove non avrebbero continuato a subire maltrattamenti e fossero state più in vista, su di un muretto, per esempio, o su qualsiasi altro rilievo trovasse nei paraggi. Quanto avrebbe voluto essere lì, quando il distratto proprietario, tornato sui suoi passi, avesse potuto gioire del ritrovamento e al tempo stesso della gentilezza di chi aveva voluto preservare quell'oggetto dalla cattiveria del mondo. Un giorno la ragazza trovò un intero mazzi di chiavi con un portachiavi non prezioso ma indubbiamente nuovo. Era un ritrovamento importante e faticò non poco per trovare un posto giusto, che alla fine fu visto in un chiodo rimasto infisso in un muro forse a seguito di qualche lavoro. Agli occhi della ragazza il portachiavi appeso a quel chiodo sembrò una specie di emblema delle buone azioni, così quando sotto casa incontrò lo zio si fermò a raccontargli la storia del suo ultimo ritrovamento. Ora, neanche un padre eccezionale può competere con uno zio eccezionale, se ne hai uno, nel conquistarsi il cuore di un adolescente e la ragazza raccontò la sua storia con tutto il suo fiducioso entusiasmo. Non hai pensato, borbottò lo zio, che così gli hai tolto forse l'ultima possibilità di ritrovare le sua chiavi? Quel poveretto sarà tornato indietro facendo piano piano tutto il percorso, guardando fisso a terra, magari un po' a destra e un po' a sinistra dove non si ricordava bene dove era passato, ma certo senza mettersi a guardare sui muri. Vai a rimettere le chiavi dove le hai trovate, se sei ancora in tempo.
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Sorrisi

Ricordo un sorriso come un gilet, che a quel tipo lasciava scoperta la fronte corrugata e le orecchie viola per la rabbia. Ricordo che annuiva sorridendo quando spiattellava le sue critiche, mentre, quando si dichiarava del tutto d'accordo, procurava di associare a quei commenti positivi un solenne scuotere del testone. Ricordo come al suo interlocutore battesse tanto forte il cuore in petto, quando si apprestava a rispondere, che nelle prime parole se ne avvertiva la vibrazione.
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8 marzo 2001

La mimosa da tempo fiorita
ha retto il peso di una neve tardiva
ed ora il suo giallo
coraggio
mostra i segni della battaglia
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Responsabilità

Scendeva al lavoro attraverso un uliveto rimasto incastonato tra ville di altri tempi, edilizia popolare, binari della ferrovia. La scorciatoia dava senso al suo andare a piedi perché, passando appunto sotto un ponticello della ferrovia ad uso strettamente pedonale, tagliava via una larghissima curva della carrozzabile e due semafori, cosicché davvero ci metteva meno tempo che in macchina. Un giorno trovò che avevano dissodato il terreno intorno agli ulivi, anche quelli prossimi al sentiero, e non poté fare altro che riempirsi di fango. Ma già dal giorno successivo si ritrovò a partecipare alla primitiva impresa di tracciare nuovamente il sentiero. Le piogge della stagione avevano complicato le cose e per molti giorni condivise la scelta di sconosciuti compagni di viaggio consistente nel costeggiare a monte il vecchio tracciato, cercando l'erba e il terreno un po' meno intriso. Fu subito evidente come questa nuova traccia non raccoglieva consensi unanimi e costanti. Lui stesso rinunciava a volte a questa soluzione quando gli sembrava che si avventurasse su un pendio troppo ripido e scivoloso, o, al contrario, si spinse lui più a monte nei punti in cui la nuova traccia aveva ormai perso il manto erboso e sprizzava fango come tutto il resto. Poi le piogge diminuirono di intensità e alla fine cessarono. Ogni tanto orme segnavano il terreno ancora molle la dove c'era il vecchio tracciato, congiungendo ciò che ne era rimasto ai margini delle zone dissodate. Anche lui prese ad attraversare i punti arati man mano che il calpestio e il sole li rendevano più affidabili. Il tracciato in alto, tra l'erba, però, continuò a costituire un alternativa per tutti in alcuni punti in cui il vecchio tracciato sembrava restio a ricomparire e, comunque, anche i tratti nuovamente riutilizzati apparivano incerti, se così si può dire ambiguamente larghi. Fosse qualche residua pozzanghera che imponeva ancora delle deviazioni, la cui entità e direzione restava scelta arbitraria di ognuno degli utilizzatori del sentiero; fosse l'incertezza di tutti nello scegliere la giusta curva nel superare un dislivello; certo è che quella esile traccia che per mesi aveva seguito come unico e naturale modo per attraversare l'uliveto, sia in discesa che in salita, si rivelava il prezioso prodotto di un lavoro corale durato forse anni e il nostro camminatore si rese conto con i propri piedi di cosa significhi condividere la responsabilità di tracciare un sentiero, seppure non del tutto nuovo.
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Uomini italiani

Al tavolo accanto al nostro quattro uomini italiani parlano del passato. Nella trattoria stiamo abbastanza stretti e per questo riesco a cogliere la loro conversazione. Solo uno di loro, infatti, parla ad alta voce, cercando di imporre il filo del suo discorso. Un altro, a fianco a lui, mangia e annuisce, o brontola qualcosa di incomprensibile per me, ma che fa ridere gli altri tre e fornisce nuovi spunti all'oratore. Quello di fronte all'oratore prova ogni tanto ad inserire un suo ragionamento, ma fa fatica a svilupparlo per intero, forse anche perché parte da tropo lontano. L'oratore, però, sembra rivolgersi soprattutto a lui, come per stimolare un contraddittorio al quale però non riesce a dare spazio. Il quarto si diverte un mondo, mangia con allegria e si accende una sigaretta tra una portata e l'altra. Quando non ne può più del chiacchierone, si mette a parlare con uno degli altri due, infischiandosene dell'incrociarsi dei discorsi e del sovrapporsi delle voci. Hanno cominciato parlando di quello che stavano mangiando, e di altre mangiate e di altri posti. Ora parlano del passato, del loro passato e del passato del mondo. Le descrizioni dell'oratore sono piene di particolari citati per mostrare il massimo della differenza rispetto a come vanno le cose oggi. Quello di fronte a lui prova, di volta in volta, a smentire i motivi della nostalgia, o a spiegare la logica di ciò che l'altro ha appena bollato come condannato dalla storia. Quello silenzioso aggiunge qualche rapida invettiva, ora contro il cibo di una volta, ora contro quello che si trova davanti oggi. Il quarto da l'impressione di essersela passata bene ieri come oggi, ma da una mano alla cerimonia rievocativa e si impegna nella gara sulle differenze. Su di una cosa sono d’accordo, che il tempo della loro vita trascorsa appaia troppo breve per contenere un cambiamento tanto grande. I ragazzini che giocavano nei cortili polverosi con arnesi rabberciati erano proprio loro, oggi del tutto inseriti in questa nuova vita, quasi stupiti di avercela fatta. Verso la fine ci sarà un po' di silenzio. Dopo il caffè, tutti prenderanno una sigaretta dal pacchetto del fumatore e, come da ragazzi, ci sarà chi tossì, chi assunse una posa, chi lasciò la sigaretta consumarsi nel posacenere, chi guardò tutti con aria di sfida, gli occhi socchiusi a difendersi dal fumo della sigaretta tenuta in bocca.
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Scarpe bagnate

Adesso
resto un poco
sulla spiaggia
e lascio
che la risacca mi bagni
senza badare alle scarpe
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Brava gente

Quando la contrattazione giunse all'apice della tensione, qualcuno suggerì che si portasse del vino. Quegli uomini avevano facce diverse, ma per lo più le barbe erano lunghe e gli occhi spiritati dalla stanchezza. In quella compravendita di bestiame c'era il futuro dell'inverno vicino e c'erano le bocche affamate dei bambini, ma soprattutto bruciava l'idea di farsi fregare e lo sconforto delle donne. Prima di mettere mano ai bicchieri la discussione continuò come se sulla tavola non ci fosse niente. Poi vennero i primi sorsi cauti. Un bicchiere di troppo e una parola sbagliata, così si poteva uscire dalla taverna più poveri ma anche con un coltello nella pancia. Alla fine, quando le cifre cominciarono a quadrare, un anziano mormorò ai suoi, brava gente, e presero a bere davvero.
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Appuntamento al chiosco

Avevano appuntamento al chiosco dei giornali, nella piazzetta principale. Lui arrivò in anticipo, non come al solito, ma abbastanza da decidere di passare qualche minuto in un negozio di prodotti artigianali che occupava buona parte di un lato della piazza. Ne uscì senza aver comprato niente e si sedette su una panchina al sole a leggere il nuovo libro che portava con sé per le attese.
Perse tempo con il retro di copertina, poi con la citazione collocata nella pagina precedente il Capitolo I, trovandola adeguatamente fuorviante rispetto al titolo del libro e al suo presumibile contenuto, quindi attaccò le prime righe. Quando si riscosse dalla lettura era ormai passata l'ora dell'appuntamento, ma davanti al chiosco c'erano solo passanti e qualche acquirente. La piazzetta era finita per metà in ombra, tranne la parte di fronte al chiosco con le vetrine dei negozi brillanti di sole.
Non si sa perché, ma il fatto di essere in vacanza rendeva il mancato incontro meno preoccupante, decise però ugualmente di alzarsi per andare a vedere: attraversò obliquamente la piazzetta, sostò un attimo davanti al chiosco e dette un'occhiata ai titoli, anche se la sua conoscenza di quella lingua non era tale da capire il gergo giornalistico. Si avviò infine verso l'albergo, sperando di incontrarla sul tragitto.
Stava cercando qualcosa di comprensibile da vedere alla televisione, quando lei telefonò. Gli disse che proprio questa volta lei era arrivata qualche minuto in anticipo, perché lui non facesse, come al solito, la vittima, ma, visto che lui davanti al chiosco non c'era, aveva deciso di dare un'occhiata al negozietto di vestiti là di fronte, dalle cui vetrine aveva continuato a sorvegliare il giornalaio. Aveva ormai cominciato a preoccuparsi, quando lui era spuntato con tutta calma davanti al chiosco e, senza darle neanche il tempo di zittire la commessa e uscire sul marciapiedi, se ne era andato come se niente fosse. Cose dell'altro mondo

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L'automobile

L'automobile, con quei mucchietti di foglie ben pressati contro le quattro ruote, tutti dallo stesso lato, segni di un acquazzone certo risalente a qualche settimana prima, giaceva al lato del marciapiede, con la carrozzeria rovente, nel pomeriggio impestato dalla decomposizione di rifiuti di vario genere, rassegnata a non muoversi più di li, fino a scarnificarsi anch'essa come le teste d'alice, per un po' puzzare e poi seccare. Così l'uomo seduto all'ombra precaria di una tenda, con la sua unica gamba appoggiata su una sedia e coperta da un asciugamano, in paziente attesa della brezza serale, e il cane ai suoi piedi e il gatto un po' più in là stramazzati nella polvere. Così i manifesti sbrindellati, pieni di promesse sbiadite al sole di un estate implacabile come tutte le altre che l'avevano preceduta. Solo un turista si muoveva, diretto verso il mare, e sembrava sorridere al profumo dei gelsomini, all'aroma asciutto degli eucalipti, al sentore di sale e limone che a tratti giungeva dalla spiaggia.
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Rari Papaveri
come guerrieri vanitosi
paghi d'apparire
fugacemente alti
sopra le erbe
alle quali l'uomo
ha destinato il campo
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Sentieri Meticci
Un sentiero di sassi e terra battuta, infossato tra le erbe, ma anche pieno di mille cocci di civile provenienza, vetri, ceramiche, plastiche, mattoni, calcinacci, ferri. Un sentiero breve, ma con le sue scansioni: l'imbocco coi piatti di plastica per i gatti subito dopo il cancelletto, la curva sotto il ponte della ferrovia, dove stagnano gli odori e si gonfiano le ortiche, il tratto più ripido, dove sale l'affanno e il passo esita, il rettilineo tra gli ulivi, dove preferisci guardarti tra i piedi per non sentire la distanza della meta premerti sul petto, la scaletta dai gradini alti rinforzati con assi di legno e il parcheggio, in piano, dove rompi definitivamente il fiato. E' questo sentiero bastardo che mi resta da percorrere, volendo di tanto in tanto abbandonare l'asfalto.

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Gli Ultimi Tram
Era stato a cena dalla sua amica, da qualche anno trasferitasi in questa città del nord, a metà strada tra il lago ghiacciato della sua infanzia e le spiagge assolate della sua maturità. Per tornare in albergo non volle un taxi. Il calore dell'estate e del vino, i sapori della cena e dei racconti, lo spinsero ad affidarsi all'aria ferrosa di quella città, ai suoi lunghi viali, ad un patto antico, e solo in parte cancellato, tra gli ultimi abitanti del giorno e i primi scorridori della notte. Aveva consultato prima gli orari sul cartello della fermata e lasciò che a riportarlo a destinazione fosse la gioia di attraversare la vita sul filo degli ultimi tram

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Comunicazione

Il gitante guidava piano tra le colline. Era l'ora che le cose fanno presto a trovarsi in ombra, basta una curva esposta un po' più a nord, così il macchinone che lo seguiva pareva muoversi da solo. A tratti, però, si poteva immaginare un uomo alla guida, certo uno del posto che tornava a casa, uno che forse aveva fretta e conosceva la strada abbbastanza bene da potersi permettere una andatura più veloce. Il gitante aveva voglia di fare la strada con calma, chiacchierare con gli amici e godersi gli scorci illuminati dal lungo tramonto estivo, ma non voleva costringere l'uomo che lo seguiva a stare al suo passo. Al primo rettilineo utile rallentò un poco e segnalò come volesse accostare. L'uomo che lo seguiva non aveva dato fin lì segnali di impazienza, ma subitò capì e scivolò al suo fianco quindi oltre. Appena gli fu davanti, nell'ombra dell'abitacolo si disegnò la sagoma di una mano che si alzava in segno di ringraziamento, poi il macchinone guadagnò silenziosamente velocità

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Comunicazione2
Il traffico respira in questa giornata di esodo pasquale. E' come un ansito di uomo pesante, stanco, ma forte. Le auto che viaggiano nella terza corsia di sinistra diventano periodicamente troppe, così finiscono per procedere più lentamente di quelle che dovrebbero sorpassare. Queste sono poche, qualche camion, qualche utilitaria, qualche vecchia auto che caccia fumo nero, e lasciano ampi spazi tra le loro diseguali andature. Allora, a poco a poco, le auto della terza corsia si lanciano in questi spazi, dove possono riprendere velocità. Prima sono pochi sconsiderati, poi quasi tutti si lasciano tentare, data la paradossale lentezza della corsia di sorpasso. Ad un certo punto si ristabilisce un equiibrio: la terza corsia torna ad essere sufficientemente libera e le auto più potenti, fari accessi e lampeggianti, riprendono a percorrerla tallonandosi.

Il gitante aveva partecipato a questo gioco, anche se con riluttanza e cautela, spostandosi di corsia nei momenti di maggiore lentezza. Ora era tornato da poco nella corsia di sorpasso e subito s'era ritrovato un muso nero nello specchietto retrovisore, grosso, nero e lampeggiante. Trovava odioso questo comportamento, inutilmente pericoloso, e per un po' proseguì cercando di ignorarlo. I lampeggiamenti e l'inseguimento contimuarono; il gitante cominciò a gesticolare. Ad un certo punto l'altro alzò il polso sinistro e lo toccò con l'indice destro. Il gitante apprezzò questo tentativo di spiegare la propria fretta e decise di togliersi di mezzo, riportandosi nella corsia centrale, dove però avevano ripreso a viaggiare veloci. Ebbe appena il tempo di intuire un'ombra grigia alla propria destra e subito arrivò un lungo colpo di clacson. Poi più niente. Preso dal reinserimento nella corsia centrale e rassicurato dal controllo dei vari specchietti, il gitante dette poco peso alla cosa e si lasciò riassorbire dal respiro del traffico.

Dopo qualche chilometro, di nuovo in corsia di soprpasso, il gitante vide arrivare una grossa auto chiara alla esue spalle. Non le diede il tempo di avvicinarsi e con aria collaborativa segnalò a destra e si spostò. L'auto chiara però lo affiancò e non andò oltre. L'uomo al volante agitava la mano destra e diceva qualcosa all'indirizzo del gitante. Questi gli fece cenno di proseguire e togliersi di mezzo pensando che quello fosse indispettito per una sua presunta lentezza nel fargli strada, ma quello insisteva. La moglie del gitante ebbe appena il tempo di chiedere cosa stesse succedendo che l'auto chiara sbandò a destra come per tagliare la strada all'auto del gigante. Ho capito, disse il gitante, ho capito , mentre l'auto chiara si allontanava per la sua strada, spiegò alla moglie che quella doveva essere l'auto che lui aveva stretto qualche chilometro prima reimmettendosi nella corsia centrale. L'uomo al volante, visto che lui non capiva, aveva voluto dirglielo usando la sbandata.

Dopo un'ora circa arrivarono alla fila del casello. Il gitante si fece passare un panino dalal moglie. Mentre si smollicava tutta la maglietta e i pantaloni vide nella fila accanto l'auto chiara. Fece scendere il finestrino e richiamò l'attenzione dell'uomo al volante. Nel sedile posteriore sedeva in silenzio una giovane donna con un bambino in braccio, l'autista era solo davanti. Fece scendere anche lui il finestrino. Il gitante chiese scusa e disse che prima non aveva capito, e provò a spiegare il suo comportamento di prima. L'uomo al volante, un uomo grosso e scuro con una maglietta bianca e la sigaretta nella mano destra, lo interruppe e gli disse, voi potevate ucciderci tutti, glielo ripeté, voi potevate ucciderci tutti. Il gitante alzò la mano sinistra che teneva fuori dal finestrino, mentre nella destra teneva il panino, e la tenne alzata per un po' mentre accelerava per seguire la propria fila.

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Al Fiume
Eravamo scesi al sud perché lì c'era la sua ragazza, maestra in una scuola elementare con il cortiletto ancora innevato. Una parte del viaggio l'avevamo fatta in una piccola automobile, l'altra su di una ferrovia a scartamento ridotto, col sacchetto di sabbia accanto al macchinista, da far scivolare sulle rotaie per migliorare la frenata durante le lunghe discese. L'unico vagone del treno era pieno di odori resi inoffensivi dal vento gelido che si infilava tra i vetri traballanti e gli infissi in legno dei finestrini.

Il mio amico si era addirittura fatto raccomandare per fare il servizio militare in una cittadina senza altre attrattive se non quella di essere a pochi chilometri dalla scuola della sua amata.Si sentiva il protagonista di una eroica e paradossale emigrazione al contrario. Ora però eravamo solo in visita.

Ci ospitarono degli amici della sua fidanzata in una casetta in campagna, un capanno degli attrezzi col pavimento in terra battuta, e cenammo lì, tra l'odore di umido dei sacchi a pelo e la luce incostante del camino. La mattina dopo ci alzammo presto e infreddoliti: lui avrebbe accompagnato lei nella sua scuoletta tra le montagne, per stare un po' di più insieme da soli. Nel suo futuro c'era una carriera da sindacalista in quella terra di disoccupazione, un divorzio, due figli da due mogli, e altro ancora, ma non dimenticherò quella mattina ed il suo culo nudo, mentre si lavava al fiume con l'aiuto di un bacile di plastica rossa, prima di presentarsi all'appuntamento.

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Alla Vecchia Maniera
I raggi della ruota posteriore ronzavano alla vecchia maniera, con un canto di sottofondo dovuto al vibrare della lamiera del parafango. La donna ritta sul sellino aveva i capelli grigi e una maglietta color panna svolazzante nel vento della leggera discesa.

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Qualcosa di Più
L'odore dei tigli lo invase appena fuori dalla porta di casa. Il viale alberato era un po' a monte rispetto alla strada dove abitava, ma nell'aria silenziosa del mattino non si sentiva altro. Così fu qualcosa di più di un ricordo il pensiero che lo assalì degli amori nati in stagioni come quella e allattati al profumo di quei fiori così poco appariscenti.

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Indugi
Indugio nel letto
in attesa di un piccolo sogno mattutino
come di un ragazzino indiano
guerriero innocente dal passo leggero
con le sue corse selvagge e le sue frecce
e un breve racconto di caccia
come fosse una buona notizia

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