TEMPESTA

liberamente ispirato a 'la tempesta' di William Shakspeare

dagli 8 anni

 

progetto e regia Rosario Sparno
con Massimiliano Foà, Luca Iervolino e Paola Zecca

installazioni artistiche Antonella Romano
disegno luci Riccardo Cominotto
coordinamento scenotecnico Gaetano di Maso
assistente alla regia Henrike Beran

 

 

massimiliano foà, paola zecca

 

 

Una tempesta di parole, ma anche di immagini e suoni ci portano sull’isola incantata di Prospero, un’isola in cui è rappresentata la storia del mondo, con i suoi giochi d’amore e potere in un infinito e circolare ripetersi.
Come in un sogno, o forse proprio sognando, il servo-mostro Calibano, lo schiavo, il deforme, il triste diavolo, la lenta tartaruga, il pesce crapulone, anela a nuove storie in cui le parole diventino strumento di libertà e magia. Parole che travolgono i protagonisti, gli attori e con loro i giovani spettatori.
La magia è il tema centrale visto che è il meccanismo più usato da tutti per comporre insieme la trama dello spettacolo. Il racconto ha inizio quando gran parte degli eventi sono già accaduti… Prospero rinuncerà alla magia con un famoso monologo, noto riferimento a Shakespeare che con quest’opera abbandona il teatro per riconciliarsi con se stesso e la società.

 

 

La sfida di questa produzione è stata partire dal linguaggio del testo originale de “La tempesta” di Shakespeare per raccontare una storia, questa storia, evitando ogni forma di regressione lessicale ed elaborando una semiologia nuova e comprensibile ai più piccoli. Lo spettacolo è pensato e costruito in modo che catturi l'attenzione dei bambini e, nel contempo, renda possibile una decodificazione. Una decodificazione che avviene, di volta in volta, in modi spesso imprevedibili, grazie all'inesauribile potenzialità della soggettività infantile. La decostruzione e la successiva ricombinazione, narrativa e scenica, dei topoi caratterizzanti del testo è avvenuta a partire da tre termini chiave: magia, isola, schiavo. Un’isola, un palcoscenico il nostro, che si allontana dallo spazio teatrale classico per porre lo spettatore al centro di un’istallazione d’arte contemporanea. Isola e magia si fondono e si esaltano - attraverso le istallazioni create da Antonella Romano e le luci di Riccardo Cominotto - per dare vita a un luogo magico che i piccoli spettatori calpestano, ascoltano, abitano, e dal quale si lasciano avvolgere in un’esperienza sensoriale inaspettata.
La forza semantica e storica della parola schiavo, inoltre, è risultata essere trainante in un cambiamento di prospettiva, che ha determinato sia la direzione della riscrittura del testo che le scelte registiche. Più di tutti, infatti, è Calibano, il deforme, il selvaggio, il servo-mostro, a interpretare, dopo l’incontro con una lingua nuova, la nascita delle domande. Tutti quegli interrogativi che si riveleranno essere il vero ed autentico motore non solo della vicenda interpretata ma anche dell’esperienza di una vita vissuta. Prende corpo, grida a gran voce, attraversa lo spazio il desiderio di inventare nuove storie, perché ci sia una storia “senza più re”. Anche se è davvero possibile avere una storia senza re?

 

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“Chiami bestia o selvaggio chi non parla la tua lingua.
Ma qual è il nome che dai a chi come te riduce in schiavitù?”

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